Nessuna pistola fumante, ma una serie infinita di piste. Ritenute concrete, “affidabili”, ma mai seguite fino in fondo. I documenti dei servizi di sicurezza desecretati alla vigilia delle elezioni europee non risolveranno probabilmente il caso Alpi/Hrovatin. Ma di certo ripropongono con forza l’ipotesi di un agguato su commissione, un’esecuzione pianificata nei minimi dettagli, organizzata da imprenditori legati ai traffici di armi e rifiuti. Con nomi e cognomi dei presunti mandanti, messi nero su bianco dal Sisde – il servizio di sicurezza interno – già due mesi dopo l’agguato del 20 marzo 1994. “Traffico d’armi”, questo il movente indicato nelle tante note dell’intelligence.

LA FONTE RISERVATA

E’ importante spiegare subito che le analisi del Sisde si basano soprattutto su un collaboratore, il cui nome è ancora oggi coperto da omissis. Una fonte che il servizio non ha mai voluto rivelare ai magistrati, rendendo così difficile l’accertamento giudiziario. L’informatore – probabilmente un somalo, gestito dal centro Sisde di Roma – passava notizie ritenute “d’interesse” fin dal 1993. Due giorni dopo l’agguato si limita a indicare come “fondata” l’ipotesi che ad agire fosse stato un gruppo di fuoco legato agli integralisti islamici. Ma poco più di un mese dopo, il 7 maggio del 1994, riferisce “che a Mogadiscio sarebbe circolata (…) la voce che i due cronisti stessero indagando sulla motonave 21 ottobre della Somalfish”. Dopo pochi giorni la stessa fonte “pone in correlazione diretta l’agguato con le indagini”. In quelle stesse carte sono riferiti con nettezza i possibili moventi dell’agguato, “ordinato dai trafficanti d’armi somali per evitare la divulgazione di notizie inerenti all’attività criminosa svolta nel Corno d’Africa”. E, alla fine, la fonte confidenziale indicava i nomi dei presunti mandanti somali, con accanto due nomi di italiani, molto noti in Somalia, “indicati quali “mandanti o mediatori tra mandanti ed esecutori dell’omicidio””. Tesi che, però, non troveranno mai un riscontro giudiziario.

IL SIGNORE DELLA GUERRA SOMALO

Una annotazione del Sismi del 1996 – citata dal servizio interno – ipotizza il coinvolgimento nell’omicidio di uno dei principali “signori della guerra” somali, attribuendo l’informazione all’Organizzazione per la liberazione della Palestina: “L’Olp avrebbe acquisito elementi secondo cui il leader somalo, generale Aidid, sarebbe il mandante dell’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sembra, infatti, che la giornalista stesse per rendere pubblica la notizia dell’esistenza di un traffico di armi diretto agli uomini di Aidid e da questi dirottato verso lo Yemen per i reduci afghani”. E anche in questo caso per l’intelligence vi sarebbe il coinvolgimento di un italiano “implicato nel citato traffico, messo in atto utilizzando come vettori alcune navi impegnate nel trasporto di aiuti umanitari, nell’ambito della cooperazione italiana a favore della Somalia”. Piste, poi, mai seguite fino in fondo durante le indagini, nonostante i tanti elementi raccolti dai servizi siano stati riversati alla polizia giudiziaria e alla magistratura.

LA ROTTA DELLE ARMI

Una delle figure chiave della vicenda che emerge dalle note dei servizi è senza dubbio Omar Mugne, imprenditore italo-somalo ampiamente citato nelle inchieste sull’agguato del 20 marzo 1994. Il suo nome era annotato su uno dei bloc-notes di Ilaria Alpi, accanto alla sigla della compagnia di pesca italo-somala Shifco. In una delle ultime interviste realizzate il 15 marzo 1994 a Bosaso – nel nord della Somalia – al fratello del locale sultano, la giornalista chiedeva notizie proprio su questo imprenditore somalo, mentre una delle navi della Shifco era ferma da due settimane in mano ai pirati.

Said Omar Mugne ha vissuto in Italia dal 1964 al febbraio del 1994, lavorando come consulente di varie imprese. Legato all’ambiente socialista di Craxi, alla fine degli anni ’80 diventa il rappresentante della Somalia nel Fai, il fondo aiuti del governo italiano, ovvero la gigantesca torta della cooperazione che ha alimentato i grandi lavori gestiti dalle imprese italiane nel Corno d’Africa. Dopo la caduta di Siad Barre prende possesso della flotta dei pescherecci donati al governo somalo, che “secondo indicazioni fiduciarie, confermate dal Sismi, sarebbe stata utilizzata – si legge in uno dei documenti declassificati, datato 1 agosto 2002 – dal Mugne anche per il trasporto di armi ed esplosivi”. Informazione confermata anche dalle Nazioni unite nel marzo del 2003, con un rapporto del gruppo di monitoraggio sul rispetto dell’embargo sul commercio di armi, imposto nel gennaio del 1992 alla Somalia. E anche in questo caso le informazioni raccolte dall’intelligence – e dall’Onu – non approderanno a nessun processo nelle aule di giustizia italiane. Vent’anni di indagini senza ancora un vero colpevole.