La scelta di Matteo Renzi di dimettersi dalla società di famiglia, seguendo una precisa richiesta del Fatto, è una notizia. In un paese normale, il compito della stampa libera non è quello di titolare in prima pagina: “Bisogna votare Renzi”, ma quello di raccontare ai lettori i lati meno luminosi della carriera di un politico.

Il Fatto ha cercato di svolgere questo compito nonostante il disinteresse dei grandi quotidiani. Siamo abituati e ormai anche un po’ affezionati a questa solitudine. Non è questa la notizia. La vera novità è che il presidente del Consiglio ha accettato di rendere conto. Prima si è sottoposto alle nostre domande, poi ha letto i nostri pezzi e infine, dopo una riflessione in famiglia con il padre Tiziano, ha accolto la nostra richiesta di dimissioni. Renzi ha detto nell’intervista pubblicata integralmente sul nostro sito: “Ho fatto una cosa che mi costa, anche se è solo un atto di attenzione, perché non è un fatto giudiziario”.

Vero. Renzi ha rinunciato a un vantaggio economico che, pur non essendo illecito, era ingiusto. Il premier aveva sfruttato dal 2004 al 2014 una norma che permette a un politico locale di farsi assumere dall’azienda di famiglia poco prima della candidatura, per poi ottenere i contributi pensionistici. Grazie ai versamenti di Provincia e Comune ha accumulato l’anzianità e un tfr di circa 40 mila euro. Una volta eletto in Parlamento, a fine carriera, avrebbe potuto addirittura cumulare la pensione da dirigente in aspettativa con il vitalizio parlamentare. Per questo gli avevamo chiesto di dimettersi e Renzi lo ha fatto un mese fa. Un gesto che gli fa onore e che non era scontato. Non solo perché non c’era nessuna indagine, ma perché i grandi quotidiani non hanno mai ripreso le nostre notizie. Nessuno avrebbe mai incalzato Renzi sul suo piccolo privilegio pensionistico e il premier avrebbe potuto ignorare il nostro articolo senza alcun danno elettorale. Chissà se i grandi giornali daranno la notizia del bel gesto. Sarà divertente vedere come spiegheranno il periodo di aspettativa. Non quella di Renzi, ma la loro nel dare la notizia.

Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2014