A volte ci si chiede perché? Perché fare una scelta di vita, perché decidere di andare incontro ad un destino periglioso, avaro di ricompense e di gratificazioni, ma assai prodigo di violenza, isolamento e morte? La retorica post mortem che accompagna gran parte delle persone uccise dalle mafie per spiegare questa scelta usa la  parola “eroe”. Oggi, 23 maggio, questa parola è forse la più presente nel fiume di retorica che accompagna le commemorazioni, le fiction, gli speciali televisivi, i raduni di inconsapevoli fanciulli bardati di magliette e cappellini con insegnati bolsi a far da chierici nell’ennesima sacra rappresentazione. È l’antimafia di carta che si autocelebra, nutrendosi della morte degli altri.

La retorica, il conformismo barocco ammazzano ancora una volta, con cadenza annuale le vittime, trasforma la gioia della loro vita, l’amore che li ha attraversati, appiattisce i loro difetti, annulla le loro contraddizioni. Li trasforma in santini, in gadget. Ma fa di più, fa qualcosa di assai più grave. Li tradisce e li strumentalizza. La loro morte diventa viatico e scudo per costruire e difendere carriere che muovono da presupposti diversi, se non opposti alla difesa della legalità democratica, anzi a volte si muovono in una palude grigia popolata da bestie che nuotano a pelo d’acqua. Il carrierismo dell’antimafia di carta in Sicilia ha determinato la nascita di un nuovo sistema di potere che nutre la sua intoccabilità sulla retorica sulla morte delle vittime, che si maschera esponendo facce contrite davanti alle lapidi.

Oggi tocca a Giovanni Falcone. Oggi è la sua “Festa” come per i Santi della Chiesa Romana. Manca solo che se ne porti in processione un simulacro di legno o gesso. Un rito che vede protagonisti a volte gli stessi che in vita lo attaccarono isolandolo, gli stessi che dissero che la bomba dell’Addaura l’aveva fatta piazzare lui stesso. Quei servi – poco importa se sciocchi o coscienti – di “menti raffinatissime” per dirla proprio con le sue parole, oggi si nutrono dell’oblio sulle loro scelleratezze, della corta memoria di un paese omologato al pensiero unico, che segue gli slogan e rifiuta la memoria e ogni ragionamento minimamente complesso.

Oggi il coro della “chiesa dell’antimafia di carta” recita il miserere per Falcone, per la moglie e gli agenti di scorta. L’antimafia di carta si ferma qui, soffocando tutto in un mare di noia. Se vogliamo vedere distrutta l’antimafia non occorrono i boss, bastano i retori di questa “chiesa” nel quale pigri inconsapevoli, si confondono con riciclati e “mascariati” tutti devoti spacciatori di inutili slogan. Non a caso gli stessi mafiosi (ricordate Campanella) si dedicarono al trito rito delle marce commemorative. Un circo, sempre a favore di telecamera, con sindaci di tutti i colori e fasce tricolori, con divise e tute di associazioni vocate alla guida delle ambulanze ma sempre presenti come il prezzemolo accanto a carabinieri con l’uniforme della domenica. Tutti uniti in una recita stanca, una formalità da sbrigare un paio di volte all’anno, prima o dopo pranzo.

L’antimafia vera, quella di sangue e non di carta, non abita in queste “chiese”, in questi teatrini. L’antimafia abita nelle azioni, nell’esempio che diventa testimonianza che dimostra e rende possibile una resistenza che diventa realtà concreta e vincente. Devo dire che l’ho incontrata tante volte e in tanti luoghi: l’ho incontrata ad esempio tra i giovani di Libera che gestiscono i terreni e i beni confiscati alle mafie, che organizzano i campi di educazione alla legalità, oppure nelle donne e negli uomini che nella Terra dei Fuochi stanno accanto a Don Patriciello per denunciare in modo ostinato i siti dei veleni che nessuno per sedici anni ha voluto vedere.

L’antimafia di sangue sta nel funzionario che ha sfidato il cancro che lo ha ammazzato per trovare i rifiuti tossici dei Casalesi. Sta nei vecchi e giovani giornalisti, quelli che i nuovi fanatici del pensiero unico vorrebbero affidare ai Tribunali del Popolo, che raccontano la Sicilia senza rispetto per i vecchi e i nuovi sistemi di potere. L’antimafia di sangue sta negli invisibili come Gaetano Saffioti o Ignazio Cutrò, che la battaglia contro gli estortori e i mafiosi l’ha combattuta nello splendido isolamento nel quale lo ha relegato anche l’Antimafia ufficiale, oppure in coloro che spesso diventano famosi da morti, come Giancarlo Siani o Angelo Vassallo, morti soli che – dopo essere stati ammazzati – si ritrovano zeppi di amici.  Sta lì e in tanti luoghi. Va avanti, non incassa contributi e soldi pubblici, vive sul volontariato e sull’impegno dei sindaci. Un impegno che a volte consiste solo nel fare bene e onestamente il proprio lavoro.

Giovanni Falcone, appunto. Uno che faceva solo bene, anzi benissimo, il suo lavoro di magistrato. Non aveva tempo per le sfilate. Lavorava come un mulo, rilasciava poche interviste. Parlava quando serviva. Era un uomo ambizioso, voleva addirittura sconfiggere la mafia – come ebbe a dirgli con una battuta delle loro Paolo Borsellino – usando le regole e gli strumenti della legge. Insomma uno che voleva vuotare il Mediterraneo con un secchio o sciogliere i ghiacci del Polo usando un fiammifero.

Non so come avrebbe reagito davanti alla noia mortale e alla vuota retorica dell’antimafia di carta. Forse avrebbe pazientemente sopportato, oppure avrebbe trovato una buona scusa per andare a bere un caffè e fumarsi una sigaretta nell’aria fresca di Palermo, alla faccia dei preti e dei bigotti di ogni “chiesa”.