Parlar male dei Coldplay è diventato, negli ultimi anni, esercizio sempre più praticato: a giudicare strettamente la qualità dei loro album più recenti – specie l’ultimo “Mylo Xyloto” – mi verrebbe da aggiungere che è anche cosa buona e giusta. Sta di fatto che le loro release continuano ad essere salutate, che lo si voglia o no, come un evento mediatico che ha pochi pari al mondo: nel pop (rock) forse solo Muse, Radiohead e Foo Fighters riescono ad avere altrettanta grancassa. Tutte band accomunate dall’unico (forse) comune denominatore di vendere ancora tantissimo nell’epoca dello streaming. Arriviamo così a “Ghost Stories”, ennesima fatica in studio di Chris Martin e compagni, che con cadenza scientifica arriva anch’esso nei negozi di dischi: l’album, anticipato dai singoli “Magic”, “Midnight” e “A Sky Full Of Stars” ha il compito arduo – dopo un paio di mezze delusioni mica da niente – di risollevare definitivamente le sorti del gruppo o, peggio, lasciarlo sprofondare (magari per sempre) negli abissi dell’indifferenza generale. E, senza alcuna sorpresa, riesce in entrambi gli intenti.

Sì, perchè dalla prima bellissima “Always In My Head”, approdando subito dopo nel minimalismo della già citata “Magic”, l’impressione è quella di un passo in avanti molto timido, di chi non riesce più – con l’estro e la facilità di una volta – a tirare fuori qualcosa dal cilindro: ai fan dei Coldplay nessun coniglio, solo carote (e bastoni) da qualche anno. “Ink” e “True Love” (buona la prima, decisamente meno la seconda) mi confermano quello che invece pensavo già e speravo, in parte, di non ritrovare anche in questo disco: làddove ovvero viene meno la qualità compositiva (l’ispirazione) del quartetto inglese, ecco correre in soccorso una manciata di tastiere e riverberi a mettere toppa, che tanto poi la pagnotta in un modo o nell’altro la porti a casa. Sempre confidando che oltremanica si dica così.

 

E tra tante certezze che (quasi) crollano, “Oceans” è un episodio confortante: semplice, sincera, credibile quanto basta a spingermi quasi a definirla addirittura ‘bella’. Con quel suo fare onirico, portata avanti dagli stessi 3 accordi di chitarra per tutta la sua breve esistenza, sembra uscita dalle session di “Viva La Vida”. “A Sky Full Of Stars” è il pezzo che, ahimè, i Coldplay infilano in ogni album da almeno 6-7 anni a questa parte: quell’incedere quasi da piano bar che viene su come nulla fosse in un trionfo di cassa e synth, senza il timore e quel pizzico di imbarazzo che sarebbe giusto provare. A chiudere il disco è la nona “O”, dove un Chris Martin in completa solitudine se ne va zigzagando un po’ qua un po’ là, solcando il terreno ma privo di una direzione vera e propria: l’immagine (ed il pezzo) che forse meglio rendono l’idea di un disco sì mediocre ma neanche brutto, più vicino alla sufficienza stiracchiata che alla gogna pubblica, composto più che da canzoni da spunti e bozze intriganti.

Un pretesto utile per continuare a crederci oppure guardare alle tante altre uscite di questi primi mesi del 2014: sicuro che tutti continueremo a dormire sereni come prima, facendocene ben presto una ragione di quello che, nel bene come nel male, rappresentano questi ultimi Coldplay.