Che cosa chiediamo in fondo alla politica? Soprattutto di essere parte di un’avventura, che comprenda idee, passioni condivise, progetti, sorrisi, entusiasmi e perché no, feste di piazza. È un po’ come un’atmosfera Mundial, e non vi appaia sacrilego (per la politica) l’accostamento ai ragazzi di Bearzot dell’82. Quando non ci sentiamo parte di un’avventura, e credo che in Italia accada con una certa regolarità depressiva, si vota per stanchezza, per disincanto, si va in cerca del “meno peggio” perché tanto il meglio non c’è mai, o forse siamo noi che ne abbiamo la presunzione, dovendo certificare amaramente che questo Paese il meglio non lo offre più da tempo.

Sto facendo, da giorni, un piccolo esercizio scolastico, semplice com’è una domanda semplice da rivolgere ad amici, conoscenti, o persone che casualmente incontriamo sulla nostra strada: per chi voterai? Ebbene, le uniche che hanno in qualche modo una luce nel volto, che immediatamente rispondono non opponendo quella pirlata difensiva che “il voto è segreto”, che appaiono quasi orgogliose della loro scelta, sono quelle che ti dicono senza troppe parafrasi: “Io voto Beppe Grillo!” e il punto esclamativo con cui autonomamente chiudo l’espressione è una licenza che spero illustrerà compiutamente la convinzione di quelle risposte. Agli altri, a tutti gli altri, ai “votatori” del simpatico toscano o agli strenui, infaticabili, inarrestabili, seguaci di Mr. Kukident, vedo l’occhio pendulo, a mezz’asta in senso funerario, come di chi s’appresta a una fatica improba a cui si è chiamati unicamente per “senso del dovere”, che ormai sarebbe meglio tradurre con “senso di colpa”, quel sentimento che i Paesi anglosassoni hanno spazzato via da tempo immemorabile, attribuendo anche all’eventuale non-voto il senso alto di un dovere civico.

Per tutti questi motivi, se posso esporre un pensiero molto personale, mi dispiace (enormemente) non votare Beppe Grillo. Mi dispiace perché guardando quelle piazze, ascoltando le persone che vanno ai comizi, avverto la condivisione di un’avventura politica in qualche modo entusiasmante e non farne parte è una piccola lesione sentimentale che debbo tamponare con le ragioni che io credo alte e nobili per non aderire al progetto del Movimento 5 Stelle e che ho illustrato in un pezzo di qualche giorno fa (eterodirezione di un partito, una certa, mancata, progettualità, democrazia interna, ecc.). Ma sono molte le ragioni per votare Grillo e le capisco e ne condivido tante e non è soltanto quella banalità che avversatori sciocchi del Movimento si vendono all’esterno e cioè la distruzione di tutto, di una classe dirigente, di un sistema, delle istituzioni nel loro complesso. 

No. Grillo e chi ne ha condiviso le istanze hanno colto perfettamente un punto decisivo della nostra storia, che si può rappresentare nell’arcinota espressione “doppio stato”, che ai tempi accostammo a tragici e inquietanti vicende del nostro Paese. Grillo ha fatto scendere il velo sulle ipocrisie di un Paese, ne ha disvelato l’orrenda doppiezza, ci ha messo di fronte – finalmente e in un’unica soluzione – all’inconsistenza di un’architettura sociale e politica che ha tenuto bloccato lo sviluppo  di una modernità politica, il suo progresso, l’idea che i privilegi fossero valutati come tali e non come una seconda via per il bene dei cittadini.

Un’operazione di cui essergli grati, anche negli anni a venire. Anche per chi, come me, sente il dispiacere (enorme) di non poterlo votare.