Quando ho cominciato a fare questo mestiere c’era una frase che i discografici ripetevano sempre: “se uno non ce la fa dopo quattro album… è meglio lasciar perdere”.

Questa frase ha determinato il successo di molti musicisti che, non essendo in linea con le mode del momento, facevano qualità anticipando i tempi. Non è un caso che tutti quelli che stanno durando da più di 30 anni non sfondarono al primo colpo. Ma in quegli anni le case discografiche avevano danaro, tempo, entusiasmo e materiale umano da mettere in campo. I dischi venduti da qualcuno diventavano investimento per artisti emergenti. Questa politica lungimirante ha rafforzato il “catalogo” al punto che oggi le vendite di album con 30/35 anni di vita superano quelle degli eroi di una stagione.

Negli ultimi anni questo processo si è interrotto, la rete, con le sue non regole, ha decimato le major e soprattutto le piccole etichette. La conseguenza è evidente: venute a mancare le risorse ci si affida solo ai talent show, pericolosi matrimoni tra discografia e televisione, nei quali la ricerca del nuovo talento diventa già promozione dello stesso. È evidente che, in questo scenario, il successo sia riservato solo a chi ha la fortuna di azzeccare il primo tentativo. In tempi lunghi la qualità ne soffre, e molto.

Ecco perché la battaglia sui diritti di autori e attori diventa l’unica difesa possibile di qualità e cultura. La musica viene consumata oggi più di prima, sono solo cambiati i modi di fruirne. La grande sfida che tutti dovranno affrontare sarà quella di tutelarla, togliendone il monopolio a chi ne sta traendo enormi guadagni, in termini di pubblicità e di indiscriminata vendita a suon di milioni di titoli alla volta. Purtroppo a non rendersi conto della situazione sono proprio i più giovani. Tra loro vivono i talenti di domani,che rischiano di non vedere mai la luce solo perché nessuno avrà tempo e danaro da investire su nuovi progetti. Così, in nome di una anarchica e velleitaria “libertà di diffusione” alcuni si arricchiranno a suon di investimenti pubblicitari e altri, i più meritevoli, cambieranno mestiere.

di Enrico Ruggeri