La mission dell’associazione sta tutta nel nome: Equimpresa. Perché Mario Grossi, imprenditore edile di San Felice sul Panaro, epicentro dei fenomeni sismici del maggio 2012, l’ha fondata per una ragione precisa: “Aiutare – racconta Grossi a ilfattoquotidiano.it – le piccole e medie aziende terremotate a difendersi dalle banche”. Tra le difficoltà economiche generate da una crisi di cui non si vede ancora la fine, il disastro provocato dalle scosse e un impianto normativo tuttora poco chiaro, denuncia Sandro Romagnoli di Sisma.12, “ci sono molti casi di imprenditori che si trovano a dover fare i conti con gravi problemi finanziari e non sempre le banche si rendono disponibili a trovare una qualche soluzione. Qualcuno ha perso la casa, qualcuno l’azienda, o il terreno”.

Sebbene l’Associazione bancaria italiana abbia a più riprese garantito “il massimo impegno del mondo bancario a esaminare eventuali casi particolari e problematici al fine di agevolare le persone fisiche e/o le imprese colpite dai sismi”, l’ultima volta il 9 maggio, durante un incontro tra il numero uno dell’Abi Emilia Romagna, Luca Lorenzi, e il commissario alla ricostruzione Vasco Errani, “ciò che manca – sottolinea Romagnoli – è un provvedimento concreto che vincoli le banche all’applicazione di misure volte a sostenere il tessuto produttivo, piuttosto che a farlo fallire, a speculare. Quel provvedimento, però, nonostante le promesse non si è ancora visto, e non solo ci sono istituti di credito in Emilia che continuano a far pagare il mutuo sulle case distrutte dal sisma ai terremotati, ma ci sono imprenditori che a causa delle banche rischiano di fallire, perché, tra capannoni distrutti e clienti che li hanno abbandonati, non sanno come pagare i debiti che avevano contratto prima delle scosse. E scattano i pignoramenti. Purtroppo è difficile fornire dati precisi perché la maggior parte delle persone che si trovano in questa condizione non ne parla, lo tiene nascosto come se si vergognasse, però i casi ci sono e lo Stato deve intervenire”.

“Qualche anno fa – ricorda Grossi, uno dei primi imprenditori dell’Emilia terremotata a mostrare in televisione la lettera con cui la banca gli comunicava di aver pignorato i suoi beni – la mia era una delle più grosse aziende edili del territorio. Il lavoro non mancava, i clienti nemmeno. Poi sono arrivati la crisi e il terremoto”. Grossi aveva acceso un mutuo come molti in Italia, ma tra la recessione economica, 2,5 milioni di euro di danni provocati dai fenomeni sismici del maggio 2012 e nessun contributo dallo Stato per ricostruire ciò che è andato distrutto, pagare le rate del finanziamento acceso con la banca è diventato difficile. “Mi hanno pignorato tutto”, spiega. Per questo ha deciso di mettersi al servizio di chi, come lui, si è trovato in difficoltà con le banche, in una terra dove un tempo si produceva il 2% del Pil nazionale e dove oggi arrivare a fine mese è sempre più difficile. “So che come me ci sono tanti imprenditori, tanti commercianti, artigiani, che si vergognano a raccontare pubblicamente la situazione in cui versano, perché quando i debiti si accumulano automaticamente ci si sente colpevoli – spiega Grossi – ma non bisogna vergognarsi di essere in difficoltà, tra Stato e banche le provano tutte per rovinarci, per farci chiudere”.

L’azienda agricola Casa Bianca di Roberto Menga dista pochi chilometri, in linea d’aria, dai capannoni in macerie di Mario Grossi. Un tempo le sue stalle erano occupate dalle mucche che fornivano il latte alla produzione di Parmigiano Reggiano, nei capannoni erano stipati gli attrezzi del mestiere e nella casa che sorgeva sulla proprietà abitava la sua famiglia. Oggi, però, è tutto distrutto: il silos è crollato, le macerie hanno sepolto i macchinari e Menga vive con i suoi cari in un container fornito dal Comune di Mirandola, installato direttamente accanto a quel che resta dei fabbricati, “che di notte – racconta – abbiamo già subito furti e atti vandalici”. “In seguito a problemi precedenti il sisma la banca mi ha inserito tra i cattivi pagatori – ricorda Menga – e ora, mentre aspetto che su quella vicenda sia fatta giustizia nelle sedi opportune, mi è impossibile presentare il progetto per ottenere i fondi per la ricostruzione stanziati dallo Stato. Alcune banche, qui nel cratere terremotato, chiedono ai cittadini serietà, pretendono il merito creditizio quando si trovano di fronte a imprenditori con le fabbriche crollate. Cosa ci si aspetta da noi?”.

“Qui in Emilia è il Far West – sottolinea Romagnoli – perché senza un quadro legislativo chiaro le banche possono agire discrezionalmente. La moratoria sui mutui contratti dai cittadini per comprare una casa che ora è in macerie è stata varata specificamente per i Comuni sia alluvionati, sia terremotati, così non tutti gli istituti di credito del cratere l’hanno recepita e c’è chi questo mese pagherà la quinta rata. Ciò che manca alle imprese e alle famiglie terremotate è la liquidità, non ci sono soldi, e se non saranno approvate misure vincolanti e retroattive per tutte le banche, temo che Lorenzi abbia nuovamente promesso qualcosa che non è nelle sue possibilità. Perché gli istituti che volevano applicare le direttive di Abi e del governo l’hanno già fatto, quindi ora bisogna intervenire affinché chi specula sui terremotati prendendo i loro beni e mettendoli all’asta non possa più farlo”.

“Per quei cittadini a cui non è stato riconosciuto il diritto ad avere la moratoria sui mutui relativi alle abitazioni inagibili – precisa Errani, che sul tema si è soffermato nel corso della conferenza stampa convocata per fare il punto della situazione dell’Emilia a 2 anni dal terremoto – l’invito è a inoltrare una segnalazione all’Abi, che si confermata disponibile a intervenire in maniera immediata”. La proroga della sospensione dei mutui contratti dalle aziende per pagare le tasse, altro punto poco chiaro del decreto alluvione che introduceva la nuova moratoria, invece, ha aggiunto il commissario alla ricostruzione, “lo stop è effettivo dal momento in cui il decreto è entrato in vigore, cioè a marzo, e varrà per due anni”.