Esistono svariate forme di responsabilità: morale, giuridica, politica. Tra le tante. Nei paesi moderni seri tutte e tre incutono timore. Infatti hanno la stessa importanza per chi ricopre ruoli apicali. Ovviamente possono avere conseguenze e profili differenti.

Al contrario, in un Paese cialtrone come il nostro, nessuna delle tre è tale da intimorire. Pensiamo alla nostra governance “politica”. Gerontocratica, inamovibile, massonica, affarista. Ci ha lasciato un debito pubblico abnorme, di circa 2.000 miliardi di euro. Ad oggi sono già oltre 2.100. Ogni battito di ciglia aumenta. Certo, buona parte dell’elettorato non è esente da corresponsabilità. Ma questa è un’altra storia.

Una geronto(dege)nerazione che ha cristallizzato la società italiana, politicamente, culturalmente, economicamente, socialmente per circa 20/30 anni. Che ci lascia un macigno enorme, tale da condizionare il futuro delle generazioni. Tale da compromettere irrimediabilmente aspettative, sogni, desideri. E’ come se avessimo vissuto una lunga guerra, condotta dall’armata brancaleone. Un fascismo mascherato da finte alternanze politiche.

Possiamo non chieder loro il conto di tutto ciò? Non è vendetta. E’ doveroso porre loro il conto.

Chi svolge politica conta sul salvacondotto della sola “responsabilità politica”. Il giudizio di responsabilità lo esprimerebbero dunque solo gli elettori, rinnovandoti o meno il mandato. C’è però da chiedersi se tale giudizio possa dirsi legittimo ove le regole elettorali siano state taroccate, i mass media abbiano barato, i partiti abbiano monopolizzato la democrazia.

Quanto alla responsabilità morale, la discussione è presto chiusa. In Italia la morale è come un caleidoscopio. Assume mille colori e sembianze.

E’ dunque necessario riflettere sulla responsabilità giuridica dei politici. Ove possa dirsi essa focalizzata, le funzioni preventive sarebbero accentuate al cospetto di funzioni sanzionatorie certe. In breve: la certezza di rispondere giuridicamente delle proprie azioni politiche indurrebbe a svolgere una “buona” politica. Quanto meno diligente e lecita.

Ci si riferisce ovviamente alla responsabilità contabile ed a quella civile. Quella penale già sussiste (in teoria, in pratica assai meno) ma andrebbe rafforzata.

Nel nostro ordinamento il danno erariale è il danno sofferto dallo Stato o da un altro ente pubblico a causa della condotta di un soggetto che agisce per conto della Pubblica Amministrazione però in quanto funzionario, dipendente o se inserito in un suo apparato organizzativo. La c.d. responsabilità contabile pretende che l’azione venga esercitata dal pubblico ministero contabile e, cioè, dal Procuratore regionale competente presso le Sezioni giurisdizionali regionali della Corte dei conti e, in grado d’appello, dal Procuratore generale rappresentante il P.M. innanzi alle Sezioni d’appello della Corte dei conti.

In questi anni si è affermata nella giurisprudenza della Corte dei Conti anche la figura di un danno da tangente (Corte Conte, sez. I centrale, sentenza 17.11.05, n. 377/A) ed altre fattispecie evolutive. Tuttavia la politica risulta ancora immune alla responsabilità contabile.

La classe politica teme però solo due responsabilità: l’oblio (e dunque la perdita di potere); quella pecuniaria. Pertanto andare a “minacciare” la pecunia dei cattivi politici è la chiave di volta per creare buona politica.

Faccio qualche esempio. Sei stato un cattivo ministro ed hai arrecato danni alla collettività con un decreto ministeriale? Sei stato un assessore che ha adottato atti illegittimi e/o rivelatisi illeciti? Hai stanziato fondi per gli armamenti ma scuola e sanità ne sono privi? E’ giusto che tu ne risponda patrimonialmente, rifondendo i danni arrecati.

Certo, le insidie maggiori da superare sono diverse: da un lato la legittimazione di chi domanda il risarcimento e dunque la differenziazione del danno arrecato indistintamente alla collettività, oltre alla riconducibilità dell’evento al suo autore. Ostacoli però arginabili anche con l’uso accorto delle cause collettive e alla imputazione della responsabilità anche a organi (es. Consiglio dei Ministri).

Le corti – ergo, i magistrati – dovrebbero iniziare a mostrarsi più permeabili ad istanze di giustizia dal basso, senza rifugiarsi in formule vuote quali “legittimazione”, “carenza d’interesse”, “interesse diffuso” etc. Rifugi che spesso sono più politici che giuridici.

Se vogliamo giungere ad una svolta culturale fondamentale (una società fondata sul senso di responsabilità, certo e serio) dobbiamo realizzare anche la responsabilità giuridica di quei soggetti che continuano a godere sulla piena immunità, esplicita ed implicita. A spese nostre.