Sei facce da rompersi la testa

Un cubo nato quarant’anni fa. A idearlo Ernő Rubik, un giovane matematico, scultore e architetto ungherese con la passione della didattica creativa, che l’avrebbe brevettato nel 1975. Google ha dedicato alla sua invenzione il doodle del 19 maggio, regalando agli appassionati l’ebbrezza di giocare con una versione interattiva dell’esaedro più famoso del mondo. Che all’inizio era in legno, e brillava di un solo colore.

Il primo cubo di Rubik, messo in commercio (1977) nella sola Ungheria e ben più pesante di quello che sarebbe stato lanciato sul mercato più tardi, aveva il nome di bűvös kocka (“cubo magico”). Nel 1979, alla Fiera del Giocattolo di Norimberga, viene fatto conoscere a Tom Kremer, fondatore della Seven Towns, società di “idee” americana. All’imprenditore il rompicapo piace, e nel 1980 un’azienda newyorkese produttrice di giocattoli, l’Ideal Toy, lo distribuisce con il nome di Rubik’s Cube. Ne sarebbero nati uno sport (lo speed cubing), un movimento artistico (il Rubik cubism), un nipotino del sudoku (sudokube) e un’infinità di apparizioni televisive e cinematografiche. Un originalissimo artista, David Litwin, un po’ di anni fa, ha messo insieme 768 cubi di Rubik per realizzare un enorme ritratto di Stephen Colbert, brillante showman televisivo americano.

Veloce, veloce, fortissimamente veloce

Sono oltre 43 quintilioni, per l’esattezza 43.252.003.274.489.856.000 (43 per 1018), le combinazioni possibili per risolvere il terribile rompicapo sistemando, faccia per faccia, le 54 tessere quadrate che lo compongono. Feliks Zemdegs, nell’ultimo campionato mondiale del gioco, si è imposto con un tempo medio di risoluzione di 8,18 secondi (Las Vegas, 2013) su cinque gare, portando a compimento l’mpresa, nella sua miglior prestazione singola, in 7,36 secondi. Michal Pleskowicz si era aggiudicato la stessa competizione, due anni prima, con un tempo medio di 8,65 secondi (Bangkok, 2011), e Breandan Wallance, in quella ancora precedente, aveva realizzato un tempo di 10,74 secondi (Dusseldorf, 2009); il vincitore della prima World Rubik’s Cube Champions (Budapest, 1982), un americano di origine vietnamita (Minh Thai), aveva terminato l’opera in ben 22,95 secondi. Lo stesso Zemdegs, al Melbourne Winter Open (2011),  ha portato a 5,66 secondi il suo record, come tempo singolo. In ancor meno secondi è riuscito nell’impresa l’olandese Mats Valk, allo Zonhoven Open (2013): di appena 5.55 il suo tempo singolo. Più o meno quello che, mediamente, ci s’impiega per dare al cubo un’occhiata sommaria.

Supportati dalle tecniche di rotazione e di lubrificazione, si moltiplicano intanto i metodi di speed solving, sulle orme dei pionieri: Jessica Friedrich, David Singmaster, Guus Razoux Schultz. E c’è chi, fra i tanti recordman, è riuscito a risolvere l’“orrore ungherese”, con una sola mano, in meno di dieci secondi. E chi, con una benda calata sugli occhi o, udite udite, con i piedi, ce ne ha messi meno di trenta.

di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani