Negli ultimi cinque anni la Germania ha conseguito una crescita del Pil di quasi tre punti percentuali, a fronte di una caduta superiore ai sette punti in Italia. Si tratta di una divaricazione che non ha precedenti dal Secondo Dopoguerra. Giovedì scorso, gelando gli ottimisti al governo, Eurostat ha confermato la tendenza: confrontando il Pil del primo trimestre 2014 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, si rileva una crescita superiore ai due punti percentuali in Germania e una ulteriore diminuzione di mezzo punto in Italia. Semmai ve ne fosse stato bisogno, siamo di fronte all’ennesima conferma del “monito degli economisti”, promosso da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo e pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso: le politiche di austerity e di flessibilità del lavoro non riescono a ridurre le divergenze tra i paesi membri dell’Eurozona, ma per certi versi tendono persino ad accentuarle.

L’allargamento della forbice macroeconomica tra i paesi dell’euro tiene vivo il dibattito sulla sostenibilità futura dell’Unione monetaria europea e sulle implicazioni di una sua possibile deflagrazione. Ma se un paese abbandonasse l’eurozona quali sarebbero gli effetti sul potere d’acquisto dei salari e sulla distribuzione del reddito tra salari e profitti? Come spesso accade, anche su questo tema si sono formate due opposte fazioni di ultras. I sostenitori dell’uscita dall’euro senza se e senza ma confidano nella opinione di quei commentatori secondo i quali “l’esperienza storica non presta particolare supporto alle preoccupazioni” riguardanti i salari e la distribuzione dei redditi (Bagnai, 2012). Di contro, gli apologeti della permanenza nell’euro a tutti i costi hanno sostenuto che una uscita dalla moneta unica determinerebbe un crollo inesorabile del potere d’acquisto delle retribuzioni, che sarebbe avvalorato dalla previsione di Mario Draghi secondo cui “i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione” (Draghi 2011).

Quale di queste visioni contrapposte trova conferme nei dati? Uno sguardo alle passate crisi valutarie può aiutare a rispondere. In un articolo pubblicato su economiepolitica.it, dal titolo “Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari, gli economisti Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini presentano i risultati di due papers accademici di prossima pubblicazione. Gli studi esaminano i casi di uscita da aree valutarie che si sono verificati nell’arco di oltre un trentennio, a partire dal 1980. Dai 28 episodi individuati è emerso un quadro decisamente più complesso rispetto alle semplificazioni delle opposte tifoserie in campo.

In primo luogo, il pericolo di una “grande inflazione” evocato da Draghi non trova riscontri adeguati. Guardando l’intero campione di episodi, il tasso d’inflazione mediano dell’indice dei prezzi al consumo in effetti aumenta di quattordici punti percentuali, passando dal 10,6 percento nell’anno prima della crisi al 24,6 nell’anno della svalutazione. Si tratta di un incremento rilevante. Tuttavia, se si confrontano i valori mediani nei cinque anni prima della crisi con quelli relativi ai cinque anni successivi alla crisi, l’aumento dell’inflazione è più modesto: meno di tre punti, dal 16 al 18,9 percento. Ma soprattutto, se si escludono i paesi meno sviluppati dal campione e si concentra l’attenzione sui soli paesi ad alto reddito procapite, la crescita dell’inflazione nell’anno della crisi risulta decisamente più contenuta: poco più di due punti percentuali, dal 4,5 al 6,7 percento. Inoltre, confrontando i cinque anni precedenti alla crisi con i cinque successivi, si scopre che nei paesi ad alto reddito l’inflazione tende addirittura a diminuire, dal 6,4 al 4,1 percento. Dunque, almeno per quanto riguarda l’Italia e i paesi relativamente più ricchi, lo spauracchio più volte evocato secondo cui lasciando l’euro saremmo costretti a far la spesa con una carriola piena di soldi svalutati, non trova conferme nell’evidenza storica.

D’altro canto, gli episodi esaminati rivelano che le uscite da regimi di cambio associate ad aumenti temporanei e relativamente contenuti dell’inflazione, possono comunque indurre cambiamenti rilevanti dei salari reali e della distribuzione dei redditi. Osservando l’intero campione di episodi, abbiamo calcolato che le crisi valutarie sono correlate a una riduzione media del salario reale di 5 punti percentuali nell’anno dell’uscita, che viene riassorbita solo dopo cinque anni; inoltre, le crisi risultano correlate a una caduta media della quota salari – cioè della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori subordinati – che non subisce inversioni di rotta e che dopo cinque anni ammonta a 5,5 punti percentuali. Guardando i soli paesi ad alto reddito la situazione non è molto migliore: in media il salario reale cade di 4 punti nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, anche se dopo cinque anni recupera e supera di 1,7 punti il livello pre-crisi; la quota salari continua a cadere e dopo cinque anni risulta diminuita di 5,2 punti percentuali rispetto al livello pre-crisi. Infine, sia per quanto riguarda il salario reale che la quota salari, dopo l’uscita gli andamenti di queste variabili si collocano su un sentiero nettamente inferiore rispetto a quello precedente all’abbandono dell’area valutaria. Chi ha sostenuto che non ci dovremmo preoccupare troppo degli effetti salariali e distributivi di una eventuale uscita dall’euro farà bene a ridare uno sguardo alle evidenze storiche.

L’analisi di Brancaccio e Garbellini sottolinea però anche un altro aspetto. L’indagine sui costi di un eventuale abbandono della moneta unica dovrebbe sempre essere effettuata in termini comparati, ossia confrontandoli con i costi che già si sostengono all’interno dell’eurozona. Da questo punto di vista occorre tener presente che dal 2009 stiamo assistendo a fenomeni di deflazione salariale che in alcuni paesi periferici dell’Unione hanno già raggiunto dimensioni importanti: in cinque anni i salari reali medi lordi sono diminuiti del 2,2 percento in Italia, del 3,8 in Portogallo, del 3,9 in Irlanda, del 5,4 in Spagna e sono crollati del 22 percento in Grecia; la quota salari è diminuita di appena 0,3 punti percentuali in Italia, ma è caduta di 4,2 punti in Spagna, di 4,4 punti in Portogallo, di 5,7 punti in Irlanda ed è precipitata di 7,7 punti in Grecia.

In certa misura, come è stato chiarito sulla nostra rivista dallo studio di Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito “Gli insuccessi delle liberalizzazioni del lavoro a termine”, si tratta degli effetti delle politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro portate avanti in questi anni in Europa, soprattutto dai paesi periferici. Queste politiche hanno ridotto  fortemente le tutele del lavoro – sia con riferimento ai contratti a tempo indeterminato sia con riferimento al lavoro a termine – determinando una consistente riduzione dell’indicatore generale di protezione del lavoro EPL, ed anche degli indicatori specifici relativi al lavoro a tempo indeterminato (EPRC) e a termine  (EPT). Ebbene, come mostrato da Realfonzo e Tortorella, la maggiore flessibilità del mercato non ha generato maggiore occupazione, ma piuttosto ha contribuito alla compressione dei salari cui si è assistito soprattutto nelle periferie d’Europa. È il tentativo, anche questo infruttuoso, di risolvere le asimmetrie dello sviluppo europeo mediante le cosiddette “riforme strutturali”.

Ebbene, Brancaccio e Garbellini chiariscono che la politica di riduzione dei salari in atto non riduce, ma addirittura aumenta le probabilità di deflagrazione dell’eurozona, come chiarito anche dal “monito degli economisti”. Occorre dunque prepararsi a questa eventualità. A questo proposito gli autori affermano che se l’obiettivo vuole essere quello di salvaguardare i lavoratori, allora bisognerebbe fare in modo che la crisi della moneta unica dia inizio a un dibattito anche sugli effetti negativi del mercato unico europeo, cioè della indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali e delle merci.