centrali_nucleariDopo il rigetto del nucleare al referendum del 2011, i nostri politici hanno preferito stendere una cortina di silenzio sulla vicenda e non prendere alcuna iniziativa verso quegli stati europei confinanti che dovrebbero garantire la sicurezza dei loro reattori. Anzi, l’Enel è stata invogliata ad acquisire partecipazioni nel nucleare fuori confine, i trasporti all’estero di materiale radioattivo sono avvenuti di nascosto e – caso clamoroso! – per un Expo sotto l’insegna di “energia per la vita” sono state versate tangenti alla Sogin, che tratta non senza ombre le scorie più nocive.

In occasione delle europee del 25 maggio nessuna lista, a parte Tsipras e Verdi, fa il minimo cenno ad un’Europa senza nucleare, sia militare che civile. Eppure il problema ha una assoluta priorità e richiederà enormi sforzi, anche finanziari, che peseranno sui bilanci dell’Europa.

Ne tratta con un lungo articolo la prestigiosa rivista Business Monitor International, che esamina gli enormi problemi conseguenti alla decisione del governo tedesco di chiudere definitivamente i reattori entro il 2022. Per farlo, occorre infatti affrontare la questione controversa ed estremamente onerosa della dismissione delle centrali: per assorbirne i costi le grandi aziende elettriche della Germania hanno addirittura proposto di istituire una “bad bank” con un fondo fisso, riversando ogni extra o imprevisto sulle tariffe.

Il governo tedesco è certo criticabile per il temporaneo aumento di quote di carbone nel suo mix elettrico, ma, evidentemente, ritiene decisivo l’abbandono graduale dell’energia nucleare, con la totale sostituzione sia di atomo sia di carbone con le fonti rinnovabili, in base al programma Energiewende (“transizione all’energia pulita”). 

Per evitare di accollarsi i costi delle dismissioni forzate, stimati in 60 miliardi di euro, le aziende elettriche suggeriscono che il governo, e quindi il contribuente, debba assumersi l’onere tramite la creazione di una “bad bank per l’energia nucleare”. In sostanza, il costo del decommissioning ricadrebbe sul contribuente, mentre le utility tedesche, E.On , Rwe , EnBW e la svedese Vattenfall, pagherebbero circa 30 miliardi di euro attraverso il fondo di riserve già accantonate per legge per coprire i costi di disattivazione (e già versati attraverso le tariffe in corso e i sussidi governativi usati per introdurre il nucleare in Germania e poi trasferite per l’espansione delle rinnovabili). Il governo tedesco naturalmente rifiuta la proposta, perché teme che, accettandola, sarebbe come assumere un progetto di opere pubbliche che potrebbe esplodere in termini di costi imprevedibili.

Il governo tedesco tiene duro perché ha potuto fermare e programmare di rimuovere le centrali nucleari dalla rete più rapidamente del previsto in seguito alla creazione di potenza rinnovabile decentrata e nuove reti intelligenti. Nell’ambito della politica Energiewende, una quantità senza precedenti di capacità rinnovabile ha accesso prioritario alla rete elettrica e questo irrita le grandi aziende con impianti termici e nucleari. Di contro favorisce le municipalizzate che si occupano sempre più di sistemi territoriali, rinunciando ad andare in borsa, al contrario delle nostre senza strategia.

Insomma, la Germania fa politica energetica e ne parla, aprendo uno scontro con la lobby energetica europea. Il governo e i chiacchieroni di casa nostra, che si contendono gli elettori a suon di sberle, sono invece incredibilmente silenziosi al riguardo. In compenso, gira voce che ridurranno il ristorno degli incentivi pattuiti sugli impianti rinnovabili già in funzione, con il risultato di bloccare ancora una volta un settore qualificato e con grandi potenzialità e di fare l’ennesimo favore a quell’intreccio di affari e politica che è sotto gli occhi del mondo.