Martedì scorso Amnesty International ha lanciato una nuova campagna contro la tortura, a 30 anni da quella che nel 1984 aveva dato vita a una delle più importanti convenzioni delle Nazioni Unite.

La Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi e ha un valore così cogente da vincolare anche i 40 stati membri dell’Onu che non l’hanno ratificata. 

Il paradosso della tortura è che è assolutamente vietata e universalmente praticata. Le ricerche di Amnesty International hanno verificato casi di tortura in almeno 141 paesi negli ultimi cinque anni, Italia inclusa (dove manca anche il reato di tortura nel codice penale) e in 79 paesi quest’anno.

Nella regione geografica di cui si occupa questo blog, è difficile trovare un paese in cui la tortura non sia praticata. 

I nuovi governi emersi dalle cosiddette “primavere” hanno in alcuni casi preso misure positive in tema di tortura, rafforzandone il divieto legale, come in Tunisia, Libia ed Egitto. Tuttavia, i fattori profondamente radicati che ne hanno favorito la diffusione negli ultimi decenni e la perdurante assenza di volontà politica continuano a rivelarsi ostacoli insormontabili per tradurre la legge nella pratica quotidiana. Nello Yemen, la transizione è stata accompagnata da un’amnistia generalizzata per l’ex presidente Saleh e i suoi collaboratori.

Le denunce di tortura e di altri maltrattamenti in Siria, a partire dalla rivolta del 2011, sono cresciute esponenzialmente. Le vittime sono coloro che vengono arrestati per il presunto coinvolgimento in attività di opposizione, compresi gli attivisti pacifici e i bambini. Migliaia di prigionieri sarebbero morti sotto tortura. Amnesty International ha documentato casi di tortura anche da parte dei gruppi armati.

In Iraq, la tortura resta diffusa nelle prigioni e negli altri centri di detenzione. Tra il 2010 e il 2012 Amnesty International ha documentato oltre 30 casi di torture mortali. 

La tortura è praticata massicciamente anche in Libia, sia nei centri di detenzione sotto il controllo delle autorità che in quelli gestiti dalle milizie. I casi di morte sotto tortura documentati da Amnesty International dalla fine del conflitto del 2011 sono stati 23.

Una caratteristica di tutta la regione è l’ampio ricorso alla tortura e agli altri maltrattamenti per stroncare il dissenso e le proteste e reagire alle presunte o reali minacce alla sicurezza nazionale, come nel caso dell’Egitto e della Giordania.

Denunce di tortura arrivano con allarmante frequenza dall’Arabia Saudita, dove la legislazione sulla sicurezza nazionale è così generica da far rientrare tra gli atti di terrorismo anche forme di opposizione pacifica. Torture e altri maltrattamenti nei confronti di persone detenute per motivi di sicurezza nazionale sono pervenute anche da Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar.

In Egitto, durante la rivolta del 2011, le forze di sicurezza e l’esercito hanno usato la tortura come una vera e propria arma nei confronti dei manifestanti. Durante il governo militare successivo alla caduta di Hosni Mubarak, 18 donne che avevano preso parte alle proteste sono state sottoposte a test forzati di verginità. Ancora oggi nel paese la tortura rimane endemica.

In Marocco le indagini sulle denunce di tortura, tanto in territorio marocchino quanto nel Sahara occidentale, sono estremamente rare.

In Iran, le autorità si basano sulla tortura e sugli altri maltrattamenti per ottenere “confessioni” e usarle come prove anche durante processi per reati di droga, nei confronti di appartenenti a minoranze e di oppositori pacifici, e che possono terminare con una condanna a morte. La pratica è diffusa soprattutto durante gli interrogatori, cui gli avvocati non possono assistere.

In Israele e nei Territori Occupati Palestinesi, la tortura al momento dell’arresto e durante gli interrogatori dei detenuti palestinesi rimane motivo di grande preoccupazione. Dal 2001 sono state presentate oltre 800 denunce ai danni dell’Agenzia per la sicurezza ma non è stata avviata alcuna indagine.

L’Autorità palestinese in Cisgiordania e l’amministrazione di fatto di Hamas nella Striscia di Gaza si sono rese responsabili di torture e altri maltrattamenti, soprattutto nei confronti dei rispettivi oppositori politici. Un organismo di monitoraggio istituito dall’Autorità palestinese ha ricevuto, nel 2012, 132 denunce dalla Cisgiordania e 129 da Gaza.

Infine, le punizioni crudeli, disumane e degradanti – come l’amputazione, le frustate e la lapidazione – rimangono in vigore in diversi paesi della regione, ma sono imposte prevalentemente in Arabia Saudita e Iran.