AAA diplomatici e agenti dei servizi cercasi. A dispetto dei tagli annunciati e della spending review arriva anche quest’anno il concorso per la carriera diplomatica: 35 posti per nuovi segretari di legazione. Mentre tutte le altre categorie di dipendenti statali sono alle prese con il blocco del turn over e vedono ridursi ogni anno le piante organiche, i diplomatici trovano sempre una deroga o un provvedimento d’urgenza che permette di ingrossare gli organici. Basta spulciare l’annuario statistico pubblicato dal ministero degli Affari Esteri per verificare che, nonostante le piante organiche dei diplomatici sulla carta continuino a essere ritoccate al ribasso, nella realtà il loro numero continua a crescere: 909 nel 2010, 919 due anni dopo per salire agli attuali 923.

L’ultimo bando, con scadenza il 26 maggio, prevede l’assunzione di 35 nuovi diplomatici per fare fronte alle esigenze dell’Unione Europea, di Expo 2015 e perfino del semestre di presidenza dell’Ue. Al di là del fatto che, quando i nuovi segretari di legazione metteranno piede per la prima volta alla Farnesina, il semestre europeo sarà già iniziato da un pezzo, anche le assunzioni per Expo comportano l’assunzione a tempo indeterminato di personale che, una volta terminata l’esposizione, rimarrà a libro paga del Mae. Il bando spiega poi che agli esclusi ritenuti idonei “potrà essere richiesto (…) di essere presi in considerazione (..) ai fini di un eventuale impiego presso gli Organismi di informazione e sicurezza”. In altre parole, chi non riuscirà ad ottenere l’assunzione alla Farnesina potrebbe essere dirottato ai servizi segreti, nonostante i nominativi dei candidati e degli idonei saranno pubblici e accessibili a tutti.

A rendere possibile l’assunzione di nuovi diplomatici in deroga alle norme di Tremonti e Monti sulla riduzione di spesa è la legge 30 del 2010. Per fare passare la norma che libera la mani alla Farnesina sull’assunzione di nuovi diplomatici, la si è inserita in un decreto blindato: quello che rifinanziava la missione in Afghanistan. Da allora, il ministero degli Affari Esteri ha utilizzato a fondo quella possibilità, procedendo all’assunzione di 35 nuovi segretari di legazione ogni anno, per un totale di 140 nuovi assunti. Secondo il decreto, quando tutte le nuove assunzioni saranno a regime l’aggravio per i conti del ministero sarà di oltre 7 milioni 600 mila euro. Questo nonostante il rapporto tra funzionari e diplomatici sia di uno a quattro, uno dei più bassi di tutta la pubblica amministrazione italiana.

Non solo. Andando a leggere la storia degli organici, si scopre che il numero di diplomatici con sede a Roma, che di rado quindi svolgono attività diplomatica in senso stretto, continua a salire: 423 a inizio 2013, a fronte dei 387 di due anni prima. Inoltre, il rapporto tra pianta organica teorica e presenze effettive del settore diplomatico sembra una piramide rovesciata: per tutti i ruoli di grado più alto (ambasciatori, ministri plenipotenziari e consiglieri d’ambasciata, cui corrispondono stipendi più gravosi) i diplomatici sono in sovrannumero, mentre c’è ancora posto per l’assunzione di nuovi consiglieri e i segretari di legazione. Questo è dovuto anche alla manica larga applicata quando è ora di nuove promozioni. L’ultima infornata (quindici ministri plenipotenziari) risale al 30 aprile scorso e porta in calce la firma del ministro Federica Mogherini.

Il concorso riporta a galla lo strabismo della politica. A partire dalla mamma di tutte le spending review, quella di Monti (DL 95/2012) che imponeva a tutte le amministrazioni dello Stato la riduzione degli uffici dirigenziali e delle relative dotazioni organiche “in misura non inferiore al 20% rispetto alle esistenti”. La Farnesina riuscì allora a convincere il Dipartimento della Funzione Pubblica a esentare 127 ambasciate, 9 rappresentanze permanenti e 9 consolati per il “ruolo fondamentale di tutela degli interessi del Paese”. Gli organigrammi rivelano che la pianta organica dirigenziale da allora si è ridotta da 1.120 unità a 1.019, in vero meno del 10%, ma nessun diplomatico ha perso il posto, visto che quelli in  servizio sono ancora e sempre 923. E presto, come abbiamo visto, saranno anche rimpinguati. 

E allora questi benedetti tagli? Il ministro Mogherini ufficialmente è tornata alla carica prospettandone per 108 milioni entro il 2016. Ma l’unico capitolo finora sacrificato è stata la rete delle rappresentanze estere e non senza una serie di clamorosi svarioni, a partire dalla presunte chiusure di sedi mai aperte o chiuse da un pezzo. Ma a ben vedere anche le chiusure effettive, vendute come sacrificio virtuoso e necessario, qualche dubbio lo sollevano. Su tutte la cancellazione di otto Istituti Italiani di Cultura che dovrebbero poi essere il collante delle comunità italiane all’estero e gli strumenti di promozione del Bel Paese. Nel mirino finiscono le sedi di Lussemburgo, Salonicco, le sezioni distaccate di Wolfsburg, Francoforte del Meno, Vancouver, Ankara, Grenoble e Innsbruck per un risparmio calcolato in 800mila euro, ben poca cosa.

Ma quello che emerge è ancora l’incoerenza delle singole scelte che, guarda caso, fanno cadere il bisturi sempre e solo su sedi sprovviste di personale diplomatico in servizio, anche al prezzo di chiudere istituti che hanno smesso da un pezzo di rappresentare un costo per lo Stato. E’ il caso di Salonicco che da tempo aveva bilanci in attivo: a fronte di una dotazione ministeriale ridicola (10mila euro) per l’attività di promozione culturale, riusciva a incassarne 150mila dai corsi di lingua italiana a pagamento. Chiudendolo, in altre parole, l’Italia ci perde. A Wolfsburg quel che non vuol più pagare lo Stato italiano, cioè l’affitto della sede per 75.600 euro l’anno, si era offerto di pagarlo il comune. Eppure, anziché approfittarne, si chiude.

A Lussemburgo l’operazione più incredibile: si è chiusa ufficialmente la sede ma il personale (quattro dipendenti) è stato semplicemente trasferito di stanza presso la locale ambasciata cui l’IIC è accorpato da sempre. Il taglio di facciata si riduce a un cambio di targhette sulla porta e un giro di scrivanie. Risparmi zero. Peggio. Eliminando la funzione propria dell’istituto si rinuncia ad entrate certe: l’ente riceveva una dotazione ministeriale di soli 50 mila euro ma tra sponsor e costi ne portava 80mila in cassa. Tutti soldi che contribuivano a pagare l’affitto dell’ambasciata stessa. Alla fine se ci sarà un risparmio sarà dunque per quei 50mila l’anno, due mesi di stipendio dell’ambasciatore. Ma le luci della cultura italiana si spengono.

di Thomas Mackinson e Alessio Schiesari