Quella mattina c’è assemblea di istituto: un giorno di festa, diverse attività, ognuno sceglie liberamente: il torneo di calcio nel campetto con l’erba alta fino al ginocchio non frena i maschi. La mensa diventa discoteca in un rumore che satura tutto, le casse pompano a soffocare le orecchie, il dj è curvo sul mixer con pezzi dei miei tempi rifatti. Alcuni insegnanti vigilano la scena di ora d’aria, rompete le righe e storditevi i timpani. Due ragazzine messaggiano ignorate da tutti. Scuola superiore dove pochissimi hanno il capello normale, ciuffi e tagli improponibili, pantalone a cavallo basso, fondoschiena rasoterra, virilità pochina. I maschietti superano di gran lunga l’effeminato atteggiarsi delle ragazze.

Nel cortile il camper con tavolini, momento finale di un percorso sulla prevenzione: si distribuiscono preservativi e alcol-test. I ragazzi passano e arraffano, molti convinti forse gli serviranno a qualcosa, come se ad averne propiziasse la scopata tanto attesa. Prenderne a manciate fa figo di fronte agli altri: risate, ci si sfotte, battute scontate, occhiali scuri e sigaretta che malcelano un’ esperienza ancora segnata dall’acne giovanile. Brufoli e ormoni.

Le ragazze, sempre più avanti, si avvicinano, si servono, non fanno una piega, hanno poco da imparare dai coetanei sbarbati, indifesi dietro battute retoriche mi ricordano tanto le stesse identiche cazzate che dicevo io (che pure per me avere un preservativo pareva una garanzia di… ). Lo scopo è parlare, infrangere il tabù, non vergognarsi, suscitare domande e incuriosire risposte: far sapere che il sesso protetto è una cosa seria, che se vai con chiunque non ti devi fidare, che l’Aids è una malattia, che diventare genitori a diciotto anni sarà un casino.

Osservo, ascolto, sorrido, imparo. Fino a quando un’ insegnante sceglie di seminare lì al banchetto il suo credo: parla, parla, parla di sé e di come sia appagante (appagante?) la (sua) astinenza. È talmente convincente che i ragazzi nemmeno provano a mettersi i preservativi nelle orecchie: uno a uno se ne vanno. L’obiettrice docente nemmeno ci fa caso, predica al vento, fa scappare tutti. Non ce l’ho con la sua castità (terminata, ci fa sapere, col matrimonio), ce l’ho con lei perchè non vuole affrontare il pericolo del silenzio, la realtà dei fatti, la diversità dal suo mondo. Ce l’ho con lei perché rappresenta quel pudore bacchettone che se non se ne parla il problema non esiste. Ce l’ho con lei perché l’unico contraccettivo all’ignoranza è fare prevenzione. Molto, ma molto prima del matrimonio.