Presto il J-Village tornerà ciò che era prima dell’11 marzo 2011: un centro sportivo. Lo ha annunciato il ministro giapponese per l’Educazione e lo Sport, Hakubun Shimomura. Sarebbe pronto infatti un piano, ha rivelato lo Asahi Shimbun, per farne una delle strutture di punta per l’allenamento degli atleti per i giochi olimpici di Tokyo 2020. 

Dove fino a prima del triplice disastro del 2011 (terremoto, tsunami e crisi nucleare) c’erano campi d’erba perfetti, oggi ci sono parcheggi per le auto e dormitori prefabbricati. Dove prima c’erano calciatori in maglietta e calzoncini ad allenarsi, oggi ci sono lavoratori in tute bianche integrali e caschi gialli, impegnati nelle operazioni di gestione di una crisi nucleare di cui non si intravede la fine. Sono oltre tremila. 

Trovandosi a poche decine di chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi negli ultimi tre anni il complesso – 12 campi da calcio in erba naturale e un albergo – è stato destinato ad usi diversi dallo scopo per cui era stato costruito nel 1997: stabilire una base per lo sviluppo del calcio nazionale e dare una “casa” alla nazionale di calcio giapponese. Oggi il J-Village è sul limite della zona di esclusione, un’area dal raggio di 20 km intorno alla centrale, all’interno del quale attualmente è proibito l’accesso a causa del rischio radiazioni.  

“Dobbiamo migliorare le condizioni del luogo cosicché i calciatori non solo giapponesi, ma anche stranieri, possano organizzare ritiri di preparazione in vista delle Olimpiadi”, ha spiegato Shimomura alla stampa.  

Un cambiamento che ha scosso Bobby Charlton, bandiera del Manchester United e del calcio mondiale, ospite d’onore al taglio del nastro del J-Village nel 1997. “Mi ricordo bene la prima volta che venni qui”, ha spiegato all’agenzia di stampa Kyodo a novembre 2013. “Il campo da gioco era in condizioni perfette. Il paesaggio era incredibile. A vederlo oggi, è tutto così assurdo”. La storia del J-Village era quella di un movimento sportivo in crescita, che nel 1996 aveva visto nell’assegnazione dei mondiali 2002 un punto di svolta. Nel ’97 poi l’inaugurazione del complesso, il primo training center della storia del calcio giapponese con annesso centro fitness e albergo, in grado di ospitare, tra gli altri, eventi di rugby, tennis, football americano, ping pong, basket, volley. 

Un investimento da 13 miliardi di yen (al cambio odierno oltre 9,3 milioni di euro), finanziati in gran parte da Tepco, l’azienda elettrica di Tokyo, la quarta più grande del mondo, dalla Federazione nazionale del calcio giapponese (la Japan Footbal Association) e dalla provincia di Fukushima. La stessa azienda che ammise che il disastro nucleare si poteva evitare. Durante i mondiali di Giappone e Corea del Sud del 2002, la nazionale di calcio argentina stabilì qui il suo quartier generale. Negli anni a seguire, sono state molte le competizioni soprattutto a livello locale e giovanile ospitate nel centro.  

Per Tepco, che da tre anni cerca di gestire la crisi nucleare di Fukushima Daiichi, il J-Village era un segno di responsabilità aziendale: l’azienda elettrica di Tokyo contribuiva così allo “sviluppo locale”, creando migliaia di posti di lavoro in una zona ancora fortemente rurale. Insieme al centro sportivo, Tepco aveva avviato la costruzione di un impianto termoelettrico nella cittadina di Hirono, a ridosso del centro sportivo.  

Per i critici, il J-Village era anche un modo per far passare inosservato il progetto di costruzione di altri due reattori – 7 e 8 – della centrale nucleare di Fukushima. Secondo i progetti iniziali, inizialmente ritardati per l’opposizione delle comunità locali, poi fermati del tutto ad aprile 2011, questi sarebbero serviti al riprocessamento del combustibile nucleare per produrre MOX. 

Proprio Tepco oggi sembra in prima linea con il governo nell’impegno per restituire il J-Village alla collettività, avviando lavori di bonifica e pulizia. A inizio aprile di quest’anno, con i livelli di radiazioni sotto controllo, i primi divieti d’accesso a località entro la zona di esclusione hanno iniziato a cadere, e centinaia di sfollati a tornare alle proprie vecchie case. Le Olimpiadi 2020 sono ancora lontane, ma già alimentano speranze di lavoro e ripresa economica in quanti dal 2011 attendono di rientrare nelle proprie case. Eppure i loro destini sembrano ancora nelle mani della lobby – il cosiddetto “villaggio”, in Giappone – nucleare.

di Marco Zappa