Domani potrebbe essere l’occasione storica per una svolta nei rapporti tra Stato e Chiesa. Renzi, però, non c’entra nulla, visto che simula scontri elettorali con burocrazia, magistrati, sindacati, Confindustria, Rai ma non con la Chiesa, così come è pronto a tagliare tutto tranne i privilegi clericali, nemmeno quel miliardo e duecento milioni di euro delle nostre tasse che ogni anno finisce nelle casse della Conferenza episcopale italiana grazie alla truffa dell’otto per mille.   

La sede della possibile svolta non sarà, ahinoi, il Parlamento bensì l’assemblea generale della Cei, che verrà aperta dal Papa in persona. Finisce un’epoca, quella di Camillo Ruini e del generale Bagnasco, vent’anni durante i quali la Cei, in nome dei valori non negoziabili, dei finanziamenti pubblici e delle esenzioni, ha blandito clericali di destra e sinistra garantendo uno spregiudicato appoggio all’asse berlusconianleghista. A lungo la politica, con l’isolata eccezione dei Radicali, non ha voluto affrontare quello che rimane un problema per la Repubblica – di cui la Cei, in virtù del Concordato, è l’interlocutore istituzionale – e rappresenta un’anomalia nella stessa Chiesa cattolica. Quale sarà il nuovo corso dipenderà da ciò che Bergoglio farà più che da quello che dirà. Il Papa sa bene che “quando un vescovo va dietro ai soldi, finisce male”, ma dovrebbe aver capito che non basta pregare per avere “preti e suore liberi dalla vanità, dal potere e dal denaro”. Ancora oggi le gerarchie dell’episcopato italiano continuano a gestire il business del turismo piuttosto che aprire i monasteri ai poveri, a vivere nei board delle fondazioni bancarie, a insabbiare la questione pedofilia, persino a opporsi all’elezione democratica del loro Presidente. Domani, dunque, anche un banco di prova per Papa Francesco, chiamato a passare dalle parole ai fatti. Affinché si arrivi ad una “Chiesa povera per i poveri” e l’attuale pontificato non si riduca ad un incidente di percorso, occorrono quelle riforme che la partitocrazia neanche discute. E la questione centrale, ancora una volta, è quella economica.   

Negli ultimi 25 anni la Cei ha gestito 19,3 miliardi (!) di euro che attraverso il sistema dell’otto per mille lo Stato italiano ha sottratto alla fiscalità generale. Quando si è immersi in un tale fiume di denaro, non sorprende trovare alti prelati coinvolti nelle principali inchieste di corruzione anziché nelle attività pastorali delle periferie, dove però hanno portato una valanga di cemento: 2,5 miliardi di euro spesi per costruire nuove chiese, quelle con gli arredi sacri firmati Bulgari. Ecco, oltre a mettere in discussione il Concordato che riduce la Cei a organo politico e di potere, Bergoglio può fare ciò di cui la politica ha paura: iniziare a tagliare l’otto per mille.   

Basterebbe dire pressappoco così: “La metà del nostro otto per mille lo lasciamo allo Stato affinché vada ad aumentare il suo fondo per la cooperazione allo sviluppo, a patto però che il governo faccia altrettanto”. In un sol colpo avremmo il raddoppio dei fondi italiani per i paesi poveri, scesi allo 0,15% del Pil rispetto allo 0,7% indicato dall’Onu. Senza problemi per le parrocchie, visto che alla Cei rimarrebbe ancora l’enorme cifra di 600 milioni di euro l’anno.    Vedremo cosa accadrà. Senza dimenticare, però, che spetta a noi liberarci dalle catene clericali. 

il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2014