Classe 1977, calabrese, imprenditore mancato, Dario Brunori, meglio conosciuto come Brunori Sas (una “società in accomandita semplice” in musica, formata da Dario Della Rossa, Stefano Amato, Massimo Palermo, Mirko Onofrio e Simona Marrazzo), è uno tra i nuovi cantautori di riferimento della scena musicale italiana. Premio Ciampi nel 2009 come miglior esordio dell’anno, targa Siae/club Tenco come artista emergente alla fine del 2010, Brunori reinterpreta la tradizione cantautorale italiana (da Battisti a Rino Gaetano, passando per Pero Ciampi e Gino Santercole) secondo i canoni d’oggi. Il suo ultimo lavoro,  “VOL. 3 – Il cammino di Santiago in taxi”, è uscito lo scorso febbraio e ha dato il via a un tour che lo sta portando nei club e nei teatri delle maggiori città italiane (prossime date previste il 31 maggio a Treviso e il 6 giugno a Milano). Dall’Italia a Parigi, Dario Brunori salirà il 16 maggio sul palco del Gibus, nella ville lumière, in occasione del festival “Maggio”.

Le capita spesso di suonare in Europa?
In realtà no. In passato ho fatto un po’ di date, soprattutto chitarra e voce: ci sono difficoltà logistiche e poi c’è il fatto che il nostro ambito, il cosiddetto “indie”, è ancora considerato di nicchia in Italia. Quindi non è facile uscire dai confini. Certo, questa esperienza e le altre passate sono un segnale positivo. Vuol dire che c’è interesse, quanto meno da parte di un pubblico di italiani all’estero. 

Il festival nasce dall’idea di quattro ragazzi fuggiti dall’Italia per realizzare i propri progetti a Parigi:  anche nel settore musicale bisogna andare all’estero per avere più chances?
Beh, in questo senso la mia è una storia al contrario: mi ero trasferito dalla Calabria alla Toscana prima per studiare, poi per fare musica e, paradossalmente, l’avventura di Brunori Sas è cominciata proprio quando sono tornato in Calabria. La mia è una parabola alla rovescia, quindi potrei dire che è meglio tornare a casa. In generale, il settore musicale non è un ambito facile: su tutto ci deve essere un’idea, lo sforzo per realizzarla e la ricerca di un pubblico, italiano o straniero che sia.

“VOL.3 – Il cammino di Santiago in taxi”: perché ha scelto questo titolo per il disco?
Si tratta di una storia che mi ha colpito molto. Mi hanno raccontato di una signora che ha fatto il cammino di Santiago in taxi. Poi l’ho conosciuta. Mi piace fare titoli che contengono una componente ironica. Descrive molto bene il mio modo di approcciarmi a determinate questioni, diciamo profonde, che è abbastanza sbrigativo, frettoloso. E ben rappresenta una tendenza dei nostri tempi, cioè quella di cercare scorciatoie. Piace di più dire di avere fatto il cammino di Santiago anziché farlo davvero. E non importa se in taxi.

Il disco è stato registrato in una chiesa: vocazione religiosa o questione di acustica?
Vocazione religiosa no, perché non sono né credente né praticante. Certo, ho il background che hanno quasi tutti gli italiani. Da piccolo ho fatto anche il chierichetto e quindi sono stato permeato dalla cultura cattolica, che ha influito sull’aver scelto una chiesa come luogo per ricreare una certa suggestione, anche acustica ed estetica.

Nell’ultimo disco sembra che abbia composto di più al piano rispetto ai lavori precedenti.
E’ vero, anche perché prima non lo suonavo. Ne ho comprato uno da studio per imparare e mi ha aiutato molto. E’ stata un’intuizione, perché la chitarra la suono da tanto tempo e sono meno ingenuo. So bene dove mettere le mani, cosa che a volte rischia di rendere la composizione ripetitiva. Sul pianoforte, invece, magari sbaglio. E nell’errore ci può essere qualcosa che cambia un po’ lo schema.

Che rapporto ha con il pubblico?
Molto buono. In questo tour, oltre che numeroso, il pubblico è anche molto affettuoso e garbato. Io sono spontaneo, e così finisce che le persone si approcciano a me nello stesso modo, senza asimmetria.

Lei è anche produttore artistico: ha lavorato, tra gli altri, agli album di Dimartino e Maria Antonietta. E’ una dimensione che le dà soddisfazione?
Mi piace molto, anche se non credo di essere un produttore in gamba. Ho dei limiti, soprattutto da un punto di vista tecnico. Quei due lavori mi hanno arricchito e mi hanno dato stimoli per il mio disco: ho conosciuto modi diversi di vedere le cose e in più lavorare “al servizio” ti aiuta a ridimensionare il tuo ego.

Lei è molto legato alla Calabria: crede che la scena musicale della sua regione possa essere un veicolo d’immagine positiva per questa terra spesso associata, invece, a connotazioni negative?
Sicuramente a livello culturale c’è un grande fermento e non parlo solo della musica ma anche del teatro. C’è una parte “sana” di Calabria che cerca di manifestarsi con l’arte per portare una connotazione differente, anche all’interno della regione. Se getti le basi per una cultura diversa, crei le condizioni per un cambiamento positivo.

Torniamo in Europa: andrai a votare il 25 maggio?
Se sono a casa sì.

E…?
E (ride ndr)…preferisco non espormi a livello politico. Non mi piace che le persone possano essere influenzate da un cantante o dall’artista “preferito”.