“I miei genitori hanno una pescheria a Trieste e mi hanno educato sin da bambino all’importanza del mangiar bene, un concetto che adesso sto cercando di trasmettere agli svedesi. In qualche modo, oggi cerco di cambiare il modo in cui mangiano le persone. E se mangi bene cervello e anima funzionano meglio”. Matteo Valencic, 25enne originario della provincia di Gorizia, da due anni vive nel sud della Svezia, a Linköping, dove lavora part-time al banco alimentari di un supermercato con prodotti di alta qualità provenienti da tutto il mondo. Lavora per una catena che segue la filosofia dello slow food, ma in ottica internazionale, e Matteo si occupa della vendita e dei rapporti con i fornitori dei migliori cibi prodotti sul territorio italiano.

Matteo ha clienti che arrivano anche da altre città a comprare i suoi prodotti, senza badare a spese. Un chilo di mozzarella, proveniente dalla zona di Salerno, gli svedesi lo pagano 35 euro al chilo. “Ma io lo dico al cliente: se trovi una mozzarella migliore di questa, ti restituisco i soldi”. Sul banco del giovane friulano si può trovare anche il miglior prosciutto di Parma, stagionato per 16 mesi, il vero San Daniele, salsicce, olii, formaggi e passate di pomodoro selezionate tra i migliori produttori del nostro Paese. “Chi arriva qui fa un’esperienza di assaggi e, prima di acquistare, deve essere messo in condizione di capire cosa compra e in cosa consiste la qualità”. Oltre a lavorare, Matteo frequenta un master in Lingue e culture europee all’università di Linköping e, nei prossimi mesi, non esclude di volere fare ricerca con un dottorato di quattro anni. “Mi sono innamorato del sistema svedese, della sua funzionalità, del multiculturalismo e dell’integrazione, dell’università gratuita e sempre aperta, con professori che credono in te e ti ascoltano, senza stare su un piedistallo come in Italia. Qui al master sono in una classe con 11 ragazzi di 11 nazionalità diverse e le lezioni si basano sul confronto e la discussione, e il docente si pone come se fosse un nostro pari. Mi è capitato di discutere con iracheni, iraniani, giapponesi, africani ed europei di molti temi, in cui le rispettive culture hanno punti di vista radicalmente diversi. Uno su tutti: la condizione femminile. E’ stato un arricchimento”.

L’amore di Matteo per la Svezia risale al quarto anno di liceo, che ha frequentato nel Paese scandinavo. Così ha imparato la lingua e ampliato i suoi orizzonti. Gli anni deludenti della triennale in Letterature comparate all’università di Genova lo avevano poi convinto a ripartire. “Passavo più tempo in segreteria a risolvere problemi burocratici che sui libri a studiare. Ho fatto per due anni un tirocinio di insegnamento dell’inglese in una scuola della terza età di Genova: sarei anche rimasto per pochi soldi, è stata un’esperienza bellissima, ma poi il proprietario mi disse che non poteva tenermi perché la scuola si basava sul lavoro dei tirocinanti. Il principio è sempre lo stesso: all’estero gli stagisti sono una risorsa sulla quale investire, in Italia sono manodopera a costo zero per le aziende”.

Finita la triennale, Matteo è stato a Londra per un anno, dove ha perfezionato il suo inglese e le sue competenze in ambito enogastronomico grazie alla guida di una manager lettone appassionata di cucina italiana: lavorava anche lì dietro un banco alimentari e si è potuto mettere da parte i soldi per tornare in Svezia a cercare un lavoro. Quando stava ormai per rassegnarsi e per fare le valigie di ritorno da Stoccolma, un’agenzia interinale di Linköping lo ha contattato tramite LinkedIn e gli ha proposto di lavorare alla catena di alimentari dove è attualmente impiegato. “Per me è stata una grande fortuna, mi piace moltissimo questo lavoro e la Svezia, pur non essendo il paradiso terrestre, è un Paese funzionante e vivibile. Tuttavia amo l’Italia tantissimo e ci sono tante cose che mi farebbero tornare non domani, ma tra dieci minuti: i colori della frutta e della verdura nei mercati, il latte a colazione della mia stalla, la pescheria dei miei genitori, il pesce fresco del golfo di Trieste. Mi mancano le persone, la semplicità con cui si andava al bar, i monumenti, il clima, il cibo. Il problema è che ogni volta che torno in Italia mi deprimo. Tutti i miei coetanei arrancano tra un lavoretto precario e l’altro, e vedo un Paese che non ha un progetto o una visione”. Per Matteo il primo impegno della politica dovrebbe essere la difesa dei beni culturali e dei prodotti del territorio. “È assurdo che Pompei stia cadendo a pezzi e che un prosciutto San Daniele possa contenere carne polacca. A volte sono orgoglioso di essere italiano perché vedo quanto siamo apprezzati per il cibo e la storia che abbiamo, ma altre volte mi reputo fortunato a trovarmi qui, lontano da un’Italia incomprensibile. Soprattutto per chi la guarda da queste latitudini”.

di Antonio Siragusa