Nuovo ultimatum energetico di Putin, che in una seconda lettera ai capi di Stato e di governo dei Paesi europei importatori di gas russo via Ucraina si è lamentato di non aver ricevuto “alcuna proposta concreta” dalla Ue sul debito di 3,5 miliardi di dollari di Kiev, ammonendo che dal primo giugno le forniture per l’Ucraina saranno limitate ai volumi pagati in anticipo. Se Kiev non pagherà nulla, non avrà metano, con il rischio di interruzioni del flusso destinato all’Europa, come si è precipitato a sottolineare il premier slovacco Robert Fico. Intanto è scaduto alle 21 locali (le 19 in Italia) l’ultimatum militare di 24 ore lanciato dai miliziani filorussi per il ritiro dell’esercito ucraino dall’autoproclamata repubblica di Donetsk. Serghiei Zdriliuk, vice comandante delle milizie del Donbass, ha minacciato altrimenti l’attacco dei checkpoint in mano alle truppe di Kiev. “Se i veicoli corazzati non saranno ritirati e i blocchi stradali delle cosiddette autorità non saranno rimossi, avrò sufficiente potere e mezzi per distruggere e bruciare qualsiasi cosa. Gruppi di ricognizione e di sabotaggio sono pronti a muoversi e alcuni sono già in posizione”, ha avvertito.

Ma il governo di Kiev è pronto a interrompere l’operazione militare nelle regioni del sud-est solo se i miliziani filorussi lasciano le armi, come ha ribadito in parlamento il presidente ucraino ad interim Oleksandr Turcinov. Il conflitto prosegue con scontri isolati quotidiani, in particolare la sera vicino a Sloviansk – roccaforte dei ribelli – e Kramatorsk, con bollettini di guerra che cambiano a seconda delle fonti: Viaceslav Ponomariov, “sindaco popolare” di Sloviansk, ha parlato per i combattimenti di ieri sera di 11 vittime e 24 feriti tra le forze ucraine, mentre le milizie locali avrebbero registrato solo un morto, ma il ministro della difesa ucraino ha negato vittime tra i soldati ucraini, ammettendo solo alcuni feriti. Secondo i filorussi, oggi le truppe di Kiev avrebbero aperto il fuoco anche su mezzi civili in due diversi episodi uccidendo tre persone e ferendone altre tre, sempre nei pressi di Kramatorsk. La Guardia nazionale ha invece confermato il sequestro a Donetsk del colonnello Iuri Lebed, comandante delle truppe del dipartimento operativo territoriale dell’Ucraina orientale e di otto reparti della stessa Guardia Nazionale.

A Krasni Luch, nella regione di Lugansk, sconosciuti armati, presumibilmente miliziani filorussi, si sono impossessati invece della sede amministrativa della compagnia carbonifera statale Donbassantratsit, che conta sette miniere e 9mila dipendenti. Difficile, in questa situazione, tenere nei prossimi giorni a Donetsk una seconda tavola rotonda per avviare un dialogo nazionale prima delle presidenziali del 25 maggio. Elezioni che vedono largamente favorito l’oligarca Petro Poroshnko, il “re del cioccolato”: secondo i sondaggi potrebbe passare già al primo turno con il 54,7% dei voti, lasciando Iulia Timoshenko poco sotto il 10%. Ma, secondo lo stesso sondaggio, nelle regioni orientali di Donetsk, Lugansk e Kharkiv, dove vive il 22% degli elettori, un elettore su tre non andrà a votare e un altro 31,5% non ha ancora deciso per chi votare. A spingere per il dialogo ed una soluzione pacifica è sceso in campo l’oligarca Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco dell’Ucraina che controlla l’economia del Donbass, ossia delle due regioni secessioniste dell’est: in una intervista alla sua tv, Trk, ha bocciato lo scenario autarchico dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk e pure quello di un suo ingresso in Russia, sostenendo invece l’ipotesi di una riforma costituzionale per dare più potere alle regioni. Anche Putin, nonostante l’ultimatum energetico, tiene aperta la porta del dialogo: nella sua lettera afferma che la Russia “è ancora aperta a continuare le consultazioni e a lavorare con i Paesi europei per normalizzare la situazione” economica ucraina e spera che “la Commissione europea sarà più attivamente impegnata nel dialogo per trovare soluzioni specifiche e corrette che aiutino a stabilizzare l’economia” del Paese.