Se non si trattasse di un sacerdote, verrebbe facile scrivere che don Mario Galli è fuori dalla grazia di Dio. Infuriato, lo è, eccome. Il padre agostiniano della chiesa della Consolazione, nel cuore di Genova, è stato sottoposto – accusa lui, parlando con ilfattoquotidiano.it – “alla peggiore umiliazione della mia vita sacerdotale, che dura da quasi cinquant’anni”. Destinatario dei suoi indignati strali, il nuovo parroco della Consolazione, don Giuseppe Scalella, che gli ha sottratto una trentennale consuetudine: la celebrazione della messa del sabato pomeriggio. Un evento, perché i sermoni di padre Galli richiamano frotte di fedeli che riempiono fino all’ultima panca la chiesa neoclassica che si affaccia sulla centralissima via XX settembre. Parrocchiani, naturalmente ma per la maggior parte fedeli che vivono in altre zone della città che rispettano con scrupolo l’appuntamento del sabato. Affascinati dalla figura del celebrante e dai suoi sermoni, mai banali, che colgono sempre il cuore delle questioni spirituali.

Di fronte allo schiaffo subìto, padre Galli non misura le parole. E accusa apertamente il parroco, che, preconizza, “farà la fine di Giuda. Il Padreterno non perdona i traditori”. Un messaggio analogo, appena appena addolcito dal galateo ecclesiale, padre Galli lo aveva inviato agli esterrefatti fedeli che avevano preso parte alla sua ultima messa. Ricevendo in risposta un applauso corale. E la promessa che la vicenda non finirà così: i più agguerriti preannunciano già una uno sciopero della messa: “Se all’altare sabato sera non torna padre Galli noi non ci presentiamo in chiesa”, minacciano. E contestano le motivazioni addotte dal parroco per rimuoverlo: “Un gruppo di lavoratori mi ha chiesto di dedicare la messa prefestiva al mondo del lavoro di tutta la città”. La ragione ovviamente è un’altra, sebbene padre Scalella si rifiuti di parlarne con ilfattoquotidiano.it che lo ha interpellato in proposito. In alto non è gradito l’allure mondana che talvolta padre Galli esibisce. Capita di imbattersi in lui che fa jogging o passeggia o sorseggia un drink, in abiti borghesi, circondato da giovani o qualche bella donna. Da giovane fece sospirare molte ragazze, assomigliava all’attore Richard Chamberlain, protagonista di “Uccelli di rovo”. Un superfigo, insomma.

La sua notorietà evidentemente dà fastidio. In alto. Ma quanto in alto, padre Galli? “Il cardinal Bagnasco mi ha già ricevuto due volte e mi ha detto che nella vicenda della messa ho ragione da vendere. Quello là (il nuovo parroco, ndr) l’ha mandato il Superiore generale e il Superiore di Genova se n’è lavato le mani. Il parroco non ha neppure avuto il coraggio di affrontarmi e spiegarmi vis a vis la sua decisione. E’ un vigliacco e la pagherà”. In affetti il parroco se l’è cavata affiggendo un foglietto in sacrestia: uno sgarro nello sgarro.

Don Galli – nessuno ha dubbi – non è un sacerdote qualunque. E’ un personaggio, oltre che un uomo di Chiesa, di studi e di preghiera. Agostiniano, 76 anni, toscano di Massa Carrara trapiantato a Genova da quasi mezzo secolo, è stato – e continua ad essere – il punto di riferimento spirituale di una vasta comunità di fedeli. Gente comune e personaggi della politica, della cultura, dello spettacolo. Giuliano Montaldo fece le sue prime prove da cineasta nel cinema parrocchiale della Consolazioine. Paolo Emilio Taviani, l’austero ministro democristiano, non mancava di rendergli visita chiedendo il suo consiglio. Padre Galli non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno, si trattasse pure della pornostar Moana Pozzi, genovese, che andava a fargli visita con la discrezione del caso.

Da sempre è vicino al mondo del calcio, in particolare ai giocatori della Sampdoria. Lodetti e Suarez, e l’ex ct della nazionale, Marcello Lippi. All’alba degli anni Settanta. Più tardi vennero i Dioscuri del gol, Vialli e Mancini. Per il fumantino Roberto don Galli fu il consigliere, il fratello maggiore, la guida spirituale. Celebrò il suo matrimonio con Federica e battezzò i figli, Filippo e Andrea. Gioì quando seppe che Mancini era andato in pellegrinaggio a Medjugorie. “Roberto ha sempre avuto sentimenti forti. Ora ha capito il valore della penitenza”. Lo salutò dall’altare alla fine di una messa, dopo la conquista del titolo di campione d’Inghilterra sulla panchina del Manchester City: “Cari fedeli, tra noi oggi c’è Roberto Mancini. Fategli un bell’applauso”. Fu l’araldo religioso delle vittorie della Samp d’oro di Paolo Mantovani, di cui concelebrò il funerale, nell’ottobre 1993, accanto a don Berto Ferrari, il prete partigiano, come lui innamorato dei colori blucerchiati.