Giusto un paio di mesi fa, il Comune di Bologna ha approvato il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Personalmente, ho accolto con gioia la notizia della stipulazione di questo importante atto: spero possa divenire una vera pietra miliare. Ritengo infatti che la strada maestra per uscire dalla crisi politica che è, almeno nel nostro Paese, crisi della democrazia stia proprio nella capacità d’individuare forme di collaborazione tra amministratori e cittadini nell’effettiva costruzione di risposte ai problemi collettivi. Naturalmente, un simile approccio alla gestione di ciò che è di tutti può e deve essere sperimentato, in primo luogo, a un livello spiccatamente locale.

In un nostro post di qualche tempo fa, dal titolo Chi costruisce davvero la città? avevamo trattato di politica e di antipolitica in un’ottica imperniata sulla consapevolezza che moltissime persone, apparentemente lontane dal palazzo, costruiscono la città con la propria presenza, coi propri sogni e desideri che, quando hai l’ardire e l’ardore di condividerli, si fanno progetto. Già allora manifestavo un certo fastidio (che nel frattempo si è acuito) nei confronti di chi fa dell’antipolitica un distintivo vuoto, limitandosi a insultare a destra e a manca e dimostrando, alla prova dei fatti, un fondamentale disinteresse riguardo alla soluzione effettiva dei problemi concreti e reali.

Coi tempi che corrono, si tratta di uno sport in cui si vince facile: adesso come adesso, è difficile trovare qualcosa che sia più disprezzato delle istituzioni e della gestione pubblica, nonché di chi s’impegna per farsi carico dei problemi collettivi. Siamo in presenza di una diffusa mentalità che opera facili equazioni, del tipo che è ovvio che mancano i soldi e le risorse per farsi carico delle questioni, perché quelli là se li sono rubati tutti! Oh, intendiamoci: non è che ci sia bisogno del lanternino di Diogene per imbattersi in comportamenti vergognosi e criminali da parte di chi ci governa. Esempi del genere abbondano e sono sotto gli occhi di tutti. Però ritengo che ora sia maturo il momento per sperimentare nuove strade.

A tal fine servono, principalmente, due cose:

amministratori comunali capaci di gestire non solo “per conto dei” ma “insieme ai” cittadini riconoscendoli come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità;

– l’apertura di una nuova stagione di partecipazione, intesa non soltanto come abitudine alla consultazione dei cittadini, ma anche come capacità di mettere in gioco risorse personali e collettive indispensabili per costruire comunità e per difendere i beni comuni, a cominciare dalla vita della comunità stessa.

Si tratta, banalmente, di riconoscere la ricaduta collettiva della responsabilità individuale per poi indirizzarla sul terreno delle nuove forme di collaborazione. Sono certo che proprio la diffusione di queste prassi di responsabilità e azioni condivise sia anche uno strumento efficace per favorire trasparenza e controllo nell’attività amministrativa pubblica. Il citato regolamento incarna, ai miei occhi, un prezioso tentativo in tal senso e deve essere assunto come punto di riferimento anche dagli amministratori di altre città per definire strumenti formali che rendano possibili forme ammissibili ed eque, oltre che trasparenti, di partecipazione da parte dei cittadini e di loro assegnazione di compiti e luoghi da recuperare. Insomma, per realizzare la giusta interazione di formalità e flessibilità. “L’amministrazione richiede che la relazione coi cittadini avvenga nel rispetto di specifiche formalità solo quando ciò è previsto dalla legge. Nei restanti casi assicura flessibilità e semplicità nella relazione, purché sia possibile garantire il rispetto dell’etica pubblica, così come declinata dal codice di comportamento dei dipendenti pubblici e dei principi di imparzialità, buon andamento, trasparenza e certezza.”

Bon, direi che per oggi basta. Nel congedarmi, però, vorrei ribadire che se per fare (buona) politica bastassero la propensione alla cagnara e il saper sfanculare questo e quello, beh, allora io conosco diversi preadolescenti già in possesso dei requisiti per diventare grandi statisti. Però, ho come la sensazione che per fare (buona) politica non sarebbe male osare qualcosina di più. Tipo fare per intendersi. Insieme.