Il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha disposto un’analisi sull’uso della scorta dell’ex ministro Claudio Scajola, arrestato pochi su richiesta della Dda. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, lo spiega durante la trasmissione Agorà su RaiTre. 

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera infatti tra gli approfondimenti delegati dalla Procura di Reggio Calabria alla Dia, ci sarebbero le verifiche sugli ordini dati dall’ex parlamentare ed eseguiti dagli agenti della scorta. I pm stanno valutando di indagarli per peculato e abuso d’ufficio. Anche perché personale destinato alla sicurezza sarebbe stato utilizzato per comprare i collant a Chiara Rizzo, moglie di Amadeo Matacena, arrestata a Nizza. Una richiesta che sarebbe stata anche oggetto di protesteNell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria ci sono comunque nuovi indagati. I magistrati, intanto, hanno presentato appello al Tribunale del riesame contro l’esclusione dell’aggravante mafiosa nei confronti di Scajola e degli altri sette arrestati.  

Secondo gli inquirenti disponeva della scorta e di alcuni poliziotti in forza al Viminale in modo improprio: “Con spregiudicatezza – si legge negli atti – tanto che Scajola si spinge a dare disposizioni che la scorta si rechi all’estero senza ‘gli attrezzi'”. I frenetici contatti registrati tra Scajola e gli uomini della scorta, secondo il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Olga Tarzia “erano parte attiva e determinante per garantire agevoli spostamenti nel territorio italiano della moglie di Matacena”. 

Sulla lettera che gli investigatori attribuiscono all’ex presidente libanese Gemayel, trovata nell’archivio di Claudio Scajola, c’è un appunto scritto a mano dell’ex ministro. La lettera è una delle tante carte, raccolte in oltre 100 faldoni sequestrate a Scajola e che potrebbero contenere anche atti coperti da segreto di Stato. Inoltre dalle conversazioni captate dagli investigatori della Dia emerge anche l’esistenza di dossier su una serie di persone: informazioni riservate, spostamenti sul territorio nazionale,  avute grazie a funzionari di Stato legati all’ex responsabile del Viminale. Che otteneva le informazioni che aveva chiesto e se ne vantava al telefono commentando che il suo “servizio segreto” privato funzionava a dovere. 

Gli inquirenti stanno anche chiarendo i movimenti sui conti bancari in Italia e all’estero della famiglia Matacena: tra quelli italiani anche il contro della filiale del Banco di Napoli alla Camera dei deputati – dove l’ex deputato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa ha tuttora un conto. Scajola aveva chiamato un funzionario affinché la signora Rizzo potesse movimentare soldi. Ma all’ex ministro il bancario aveva ricordato che era necessaria una delega. 

Intanto il M5S chiede al ministro Alfano spiegazioni su un telefono intestato al Viminale utilizzato da Scajola: “L’ex ministro Scajola, arrestato per favoreggiamento della latitanza di Matacena, aveva in tasca un telefono intestato al dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale. Alfano lo sapeva? Ha autorizzato questa spesa? Da quanti anni durava questa situazione e per quante altre persone si replica? Corte dei conti e procura sono state avvertite?” chiedono gli eletti del Movimento in commissione Affari costituzionali. “Ancora una volta Alfano schiva le domande ma – concludono – lo attendiamo in aula per la mozione di sfiducia che abbiamo già presentato. In quella sede dovrà rispondere a tutte le domande sul suo maldestro operato”.