Per tanti versi la vicenda Scajola e la vicenda Dell’Utri sembrano somigliarsi: indagato per concorso esterno in associazione mafiosa (le ndrine calabresi nello specifico) il primo, condannato per lo stesso reato il secondo, entrambi si rivolgono al Libano come terra franca nella quale mettere fine a problemi di latitanza (di terzi nel caso di Scajola, personale nel caso di Dell’Utri). Ad un secondo esame però, salta immediatamente all’occhio come, da un punto di vista sostanziale, i due casi, se inquadrati all’interno di un panorama politico generale, abbiano uno spessore e un’eziologia molto differenti.

Dando per assodata l’ambiguità morale di entrambi, la diversità delle due faccende ci permette di provare due tipi d’indignazione assai distinti. La figura di Marcello Dell’Utri, post sentenza definitiva della Cassazione, abbandonati quindi i termini dubitativi d’obbligo sino al terzo grado di giudizio, si staglia sulla Seconda Repubblica come l’anticristo dello stato sovrano, come l’emblema dell’abbraccio mortale tra mafia e politica. Dell’Utri, asse portante dell’impero berlusconiano, ha contribuito a trasfondere il potere mafioso all’interno delle istituzioni. L’ex senatore incarna perfettamente ‘quella condotta agevolatrice volta a rappresentare un contributo per l’intera associazione mafiosa’ che definisce il concorso esterno: il comportamento di Dell’Utri è funzionale a un progetto prettamente politico.

Ben diverso è lo scenario nel caso di Scajola. In un attimo dal letto libanese del Padrino ci troviamo nella suite con fragole e champagne di Pretty woman.

A quanto pare Sciaboletta il prepotente ha messo in scena il suo romanzo d’amore, calpestando tutte le regole e abusando del suo potere, come un bambino megalomane a cui tutto è permesso. La passione sfrenata per l’appariscente Chiara Rizzo, moglie del latitante Matacena (fuggito a Dubai dopo essere stato condannato a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa con la ‘ndrangheta), alimentata da forti gelosie e dal desiderio di possesso, avrebbe portato l’ex ministro a utilizzare tutto il suo potere per facilitare la latitanza del marito di lei, tra la gestione dei di lui beni e la ricerca di appoggi politici in Libano per permettergli di trasferirsi da Dubai in un paese a lui più favorevole. Il reato imputato a Scajola sarebbe stato solo quello di favoreggiamento di un singolo individuo, se aiutando Matacena non avesse indirettamente contribuito a facilitare i traffici economici della ‘ndrangheta; eppure il senso di onnipotenza lo avrebbe fatto muovere nella sicurezza di un’impunità perpetua pur sapendo di avventurarsi in un terreno paludoso. Questa è l’indignazione che provoca il caso Scajola: la tracotanza del potere, di chi per statuto pensa di essere intoccabile e di potersi togliere qualsiasi capriccio utilizzando il proprio status e i benefit che da esso derivano.

Scajola è la meschinità, è il vorrei-essere-Richard Gere d’Imperia che usa il potere conferitogli da una politica malata per sentirsi un seduttore. Dell’Utri invece di quella politica malata ne è stato la mente.