La ricetta è semplice: investi in Spagna e ottieni la residenza.

Così il paese prova ad uscire dalla palude gelatinosa della crisi economica provocata principalmente dalla burbuja immobiliare, la bolla speculativa che ha portato alla paralisi del mercato del mattone e alla nazionalizzazione – pochi istanti prima del fallimento – di sette casse di risparmio.

L’obiettivo è attrarre gli investimenti stranieri, seguendo l’esempio di paesi come Portogallo, Irlanda, Cipro e, da ultimo, Andorra, che da tempo hanno adottato misure simili.

È la legge sull’imprenditorialità (numero 14 del 27 settembre 2013) a fissare i criteri e gli importi minimi da investire per ottenere la residenza: l’acquisto di titoli di Stato spagnoli per un minimo di due milioni di euro, l’acquisto di azioni o di partecipazioni di imprese, depositi bancari in istituzioni finanziarie del paese per un importo minimo di un milione di euro. E ancora l’acquisto di immobili situati in suolo iberico ad un prezzo non inferiore a 500 mila euro o un progetto imprenditoriale che crei posti di lavoro e contribuisca all’innovazione scientifica e tecnologica.

Portata a termine l’operazione economica, l’investitore straniero otterrà la residenza, insieme con il suo nucleo familiare, per un periodo minimo di un anno, rinnovabile per due periodi di ulteriori due anni fino a conseguire la cittadinanza. Beneficio di non poco conto per gli extracomunitari i quali potranno così entrare nello spazio Schengen, con possibilità di circolare liberamente in parte estesa del territorio europeo.

Le misure adottate dal governo del conservatore Mariano Rajoy stanno attraendo investimenti di imprenditori stranieri, soprattutto cinesi. I numeri parlano chiaro: secondo i dati resi pubblici dall’Istituto nazionale di statistica i cinesi “empadronados”, cioè iscritti all’anagrafe dei comuni spagnoli, sono più di 185 mila, un’ascesa che in pochi mesi gli ha consentito di scalzare nella classifica dei residenti italiani, tedeschi e colombiani.

Tuttavia gli italiani attratti dalla Spagna “resistono”, al di là degli incentivi, più forti della crisi. Secondo le statistiche ufficiali i connazionali registrati sono 180.643, in flessione sì di 11.788 unità rispetto all’anno precedente, ma capaci di mantenere la terza posizione tra i paesi dell’Unione europea, dietro ai romeni (795.513) e ai britannici (297.299).