Lo scandalo Expo di questi giorni conferma ciò che era noto a tutti, da tempo: l’Italia è (af)fondata su un perenne Stato di illegalità. Ed uso volutamente il termine Stato con la S maiuscola. Una illegalità talmente radicata da essere manifestamente realizzata da un (apparente) sistema di legalità formale, tale da realizzare un sistema di illegalità sostanziale.

Infatti si può ben disegnare nella sostanza un sistema di illegalità anche costruendo e adoperando l’ordinamento (giuridico) con una ingegneria tale da apparire formalmente contrario alla corruzione, concussione, non trasparenza, non concentrazione di poteri. Lo puoi fare in vari modi, tutti compiutamente perseguiti da noi: a) con un abnorme profluvio di fonti legislative (primarie, secondarie, consuetudini, circolari, prassi etc.) tali da costruire un reticolo di (in)comprensione inestricabile per cui alla fine è pieno di falle, visibili solo da alcuni (quelli che appunto operano dall’alto); b) con un granitico sistema di burocrazia che si interpone come un potere che necessita di essere superato in tutti i modi (tra cui appunto l’unzione per “bustarella”); c) con una frammentazione di ripartizione di competenze (e veti) che amplifica la suddivisione di poteri (e dunque di richieste); d) indebolendo il sistema dei controlli, delle sanzioni, introducendo i condoni, inducendo a credere che tutto s’aggiusta; e) costruendo una osmosi perfetta tra politica e amministrazione, edificata su un pervicace insediamento in tutti i gangli del potere di uomini subordinati che rispondono con perfetta sincronia ai comandi dettati dall’alto; f) un patto di spartizione all’interno della famelica politica, tra partiti apparentemente contrapposti, in uno squallido teatrino dell’ipocrisia.  

Tutto ciò ha prodotto l’Expo-prio del diritto alla legalità dei cittadini in Italia. Un diritto fondamentale perché la democrazia deve essere solidalmente realizzata su un sistema di legalità, con una piena coincidenza tra legalità formale e legalità sostanziale.

Come ci ricorda Schiavi oggi sul Corriere della Sera l’Expo è stato probabilmente l’occasione di una spartizione di sostanziosi interessi tra Cl e le Coop. I primi anni infatti si son perduti in infiniti balletti per la spartizione delle poltrone, dietro le quali si nascondevano ben altri giochetti. Una Lombardia governata dal “celeste” (mai nome fu più inappropriato) lungamente con il pieno consenso di lombardi ignavi, senza una vera e propria opposizione. Chiediamoci il perché.

Una Procura (quella milanese) che si spacca e litiga al riguardo. Chiediamoci perché.

All’opposto peninsulare abbiamo casi come quelli del gen. Scoppa chiamato in pompa magna in Campania a vigilare sul sistema dei fondi comunitari, senza però essere messo in condizioni di vigilare. Il trionfo della forma e della ipocrisia.

L’Expo è solo il simbolo di questo Paese derelitto, impoverito da una banda di affaristi rossi e neri ben uniti da un “matrimonio d’interesse”, che oggi finge di stupirsi dinanzi al marciume che la magistratura palesa.

Dobbiamo uscire da questa cloaca ora o non ne usciremo mai più. La stagione di Mani pulite è stata una grande occasione sprecata. Non sprechiamo anche questa!

Oggi serve una grande spinta dal basso affinché la melma venga espunta. L’elettorato ha il grave compito di identificare i responsabili di questo scempio, già a partire dalle imminenti elezioni europee. Premiare per l’ennesima volta i malfattori (e i loro nipotini) sarebbe la dimostrazione di essere complici in cotali crimini.

I rimedi non possono che essere perlomeno questi: 1) riscrivere parte dell’ordinamento giuridico con poche leggi ma chiare; 2) garantire piena autonomia alla magistratura (dal e verso il sistema politico, dunque anche al proprio interno); 3) sopprimere la burocrazia; 4) riformare interamente la Pubblica Amministrazione; 5) fondare la società sul merito; 6) riformare Giustizia e Fisco; 7) introdurre la “politica a tempo” sopprimendo la politica di professione; 8) rinnovare fortemente la classe politica e dirigente; 9) sottrarre potere alla politica. Insomma riscrivere un Patto politico, sociale, culturale.

Diversamente potremo iniziare a scriverci l’epitaffio: “Qui giace l’Italia, vittima di se stessa”.