“Per avere successo bisogna avere la faccia da pirla?”. Domenica mattina l’ex Iena Fabio Volo va nel carcere di Asti per presentare il suo romanzo e si sente rivolgere questa domanda impertinente: “Una volta si diceva faccia da culo – è la risposta -. Spesso essere spudorati aiuta”. Così Volo ha rotto il ghiaccio in questo evento di “Voltapagina”, rassegna organizzata dalla Fondazione del libro di Torino, nell’ambito del Salone, per portare libri e scrittori dentro le carceri. Quest’anno l’iniziativa, nata otto anni fa grazie a un’idea di Marco Pautasso, ha portati nei penitenziari piemontesi otto scrittori, tra cui Antonio Pennacchi, Alessandro Bergonzoni e Maurizio Maggiani. “L’intenzione è portare in carcere degli stimoli e coinvolgere una parte dimenticata della società”, dice Pautasso. “Sarebbe straordinario farlo sempre”. I detenuti che hanno partecipato al progetto sono seduti nelle ultime poltrone del teatro della casa circondariale di Quarto Inferiore. Nelle prime file ci sono i dipendenti, gli educatori e la direttrice Elena Lombardi Vallauri. Con loro anche alcuni cittadini che hanno voluto partecipare all’evento. Una dozzina di agenti della polizia penitenziaria controllano la situazione. Volo non sembra il solito conduttore radiofonico, “cazzaro” e spensierato. Comincia con aria dimessa: “Ho avuto parecchie esperienze anche in carceri di altre città. Sono sempre stato molto emozionato e ho sempre trovato molta umanità”. Sostiene che “non esistono persone di serie A e serie B”: “Il bene e il male sono nella stessa persona. Non esistono buoni o cattivi, dipende dalle occasioni della vita”.

A dare il ritmo sono i detenuti che per quindici giorni hanno letto l’ultimo romanzo, “La strada verso casa” (Mondadori), preparandosi delle domande. Uno di loro, lettore vorace (confessa di preferire i libri di Ken Follett a quelli di Volo), chiede: “Cosa ti ha spinto a scrivere?”. “Ho sempre scritto, ma un romanzo è una cosa più completa”, racconta Volo. Un altro, camicia bianca e occhiale rosso, lo incalza. “Volevo stemperare questo clima serioso che non ti si addice. Ti conoscevo come Iena, l’ultima immagine che ho di te è la tua intervista ad Alessia Marcuzzi, eri nudo – dice suscitando le risate -. Non ti conoscevo come scrittore e mi sei piaciuto, ti ho apprezzato molto per l’empatia tra lettore e personaggi. Ma tu, tra i fratelli Marco e Andrea (protagonisti dell’ultimo libro, ndr), in quale ti riconosci di più?”. “In Isabella”, replica lo scrittore (altre risate). Altro detenuto, altro apprezzamento per la capacità di far calare il lettore nei panni dei personaggio: “Ho scoperto una parte di te straordinaria, quella capace di capire le donne. Ti sei fatto aiutare?”. Risposta autoironica: “Sono tutte cose che dicevano a me e che, per non dimenticare, scrivevo”.

Altra curiosità, stavolta sulla carriera parallela di attore del grande schermo: “Qual è stato il ruolo che più ti è piaciuto fare?”. Volo adotta un linguaggio cameratesco: “Quello con le scene di sesso. In realtà mi piacerebbe fare un film triste, ma ho la faccia da topo Gigio”. Davanti al pubblico ammette: “Non avevo mai pensato di fare cinema, mi hanno chiamato e l’ho fatto, ma non sono un attore. Per il libro invece mi sento come se avessi fatto la pipì in chiesa, come se avessi mancato di rispetto. Mi dà grandi soddisfazioni, ma pure molti problemi, tipo il giornalista del Fatto lì”, ironizza. Le domande finiscono e torna il silenzio, tocca a lui fare domande: “È stato difficile leggere il libro? Avete già incontrato altri scrittori? Chi è il vostro preferito?”. “Fabio Volo”, urla qualcuno. Prima di partire verso il Salone del Libro lui si avvicina ai detenuti, stringe loro le mani e firma autografi. “Se ci sei ci vediamo pure l’anno prossimo”, dice lo scrittore a quello con gli occhiali rossi. Che replica: “Sicuro che ci sono, a meno che non mi mandino in tournée”.