Mentre la cara, buona, vecchia, vecchissima politica si appalta l’Italia, noi ce la meniamo ancora con Gomorra, paccottiglia camorristica che a otto anni dal fortunatissimo romanzo di Roberto Saviano ci viene servita in salsa Sky spalmata su dodici puntate, prodotto televisivo di primissimo livello quanto a dialoghi e sceneggiatura ma talmente datato che oggi Gianstefano Frigerio, uno squalo democristiano ultrasettantenne, sembra il protagonista di “Mazinga che si mangia a colazione le vele di Scampia”, docufiction di robustissimo impianto nazionale rispetto alla stanca rappresentazione dei terroni che delinquono e dai quali proprio non vogliamo uscire.

E se oggi nel suo titolone di prima Repubblica scomoda la parola «Cupola», e nelle carte non v’è l’ombra di un meridionale che uno – Luigi Grillo nato a Carrara, Gianstefano Frigerio a Cernusco sul Naviglio, Primo Greganti a Jesi – forse ci sarà da riflettere su questa rappresentazione che da anni ci viene imposta, la cui tesi primaria è che camorra, n’drangheta e mafia definiscono ogni cosa di quel che succede al nord perché così non è, e invece è come sempre Roma, nel suo senso più stretto, “alto” e deteriore, com’è la politica di palazzi corrotti, a dettare la linea e ad aspettare al fondo di una gola senza fine il precipitare di tutti gli affari di un mastodonte come Expo 2015.

È Roma che si riappropria del suo ruolo centrale e decisivo, della sua primazia che soltanto gli illusi potevano pensare di sottrarre ai burattinai che dal martedì al giovedì compreso piombano sulla Capitale per gli affari veri. 

Quasi tutte le mattine, prima che la procura di Milano lo distogliesse dalle sue faccende, in via dei Coronari a Roma incontravo Luigi Grillo, io in bicicletta lui perennemente al telefono. Ho cercato di ricordare in questi giorni se l’avessi mai notato senza quella protesi che si fondeva plasticamente con le sue orecchie e debbo concludere che no, alle otto lui era già operativo e mi dicevo ingenuamente: ma non è più senatore, che minchia avrà da parlare in continuazione?

Ingenuità colossale, la mia, lo ammetto. Non sei più “dentro” al Palazzo e allora sei fuori dai giochi. Chi è stato dentro, e scusate l’impertinente doppio senso, non molla mai anche da esterno, perché per questa gente è l’unico modo per sentirsi ancora viva. Gestire un potere parallelo, essere indispensabile per gli altri, averne ancora dei vantaggi per sè. Questa è la vita di Roma che si riflette, si potrebbe dire si abbatte, su Milano in maniera impietosa ma lucida, dove non compaiono le mafie perché le mafie sono direttamente loro senza neppure l’enfasi di Gomorra e Saviano.