Appunti sparsi. Per quanto riduttivo, si potrebbe definire in questo modo Someday World, disco che vede concretizzarsi in un album completo la collaborazione tra Brian Eno e Karl Hyde, i quali avevano già lavorato insieme in occasione del disco solista di Hyde, dove Eno si era occupato del missaggio di Slummin’ It For The Weekend.

Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, meglio conosciuto come Brian Eno, si porta sulle spalle – con la consueta e aristocratica leggerezza inglese – più di 40 anni di attività, grazie alla quale è riuscito ad ispirare vere e proprie schiere di musicisti. Non si contano le collaborazioni (da Fripp a Byrne, dai Cluster a John Cale) e lo stesso discorso vale per le produzioni: sua quella del primo album della Penguin Café Orchestra, del disco di svolta dei Coldplay Viva La Vida or Death and All His Friends e anche del successivo – ma assolutamente non all’altezza del precedente ­Mylo Xyloto; così come sua è la produzione di due delle pietre angolari della discografia dei Talking Heads (Fear Of Music e Remain In Light).

Si conosce Brian Eno per la sua permanenza nei Roxy Music, ma la sua influenza sulla musica contemporanea è stata imprescindibile; il suo senso della perfetta architettura musicale unito ad una spiccata emotività pittorica, lo hanno reso a suo modo un pittore­-architetto della musica. Con Someday World Eno continua il suo sodalizio – iniziato nel 2010 con l’album Small Craft on a Milk Sea con l’etichetta Warp, pioniera nell’ambito della musica elettronica. Lo fa con Karl Hyde, fondatore insieme a Rick Smith degli Underworld, band che ha influenzato molto nel proprio ambito, ma che è diventata conosciuta al grande pubblico grazie ai due brani (“Born Slippy .NUXX” e “Dark and Long (Dark Train)”) inseriti nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Il risultato di questa collaborazione è un disco dove è palese l’enorme apporto di Eno, ci sono le sue tipiche costruzioni sonore caratterizzate da colori ben marcati, c’è l’estetica glam del primo singolo “Satellites” che crea un punto di congiunzione con i Roxy Music, non fosse altro per il sax di Andy Mackay.

Il ritmo, la ciclica ripetizione di frammenti musicali che ritroviamo in “Who Rings The Bell”, mette in evidenza la comune passione dei due artisti verso alcune particolarità della musica africana, prendendone in prestito i concetti e riplasmandone le forme. “Daddy’s Car” è un tipico esempio della scrittura di Eno, il quale riesce a creare dei veri e propri fermo immagine in grado di catturare l’immaginazione dell’ascoltatore. Appunti sparsi, si diceva. “Someday World” è infatti un disco di ottimo pop con una notevole cornice elettronica e nasce dalla necessità di Eno di dare una forma più completa ad alcune sue bozze musicali; lo stesso musicista definisce il disco un insieme di costruzioni irregolari. Per la registrazione dell’album sono stati chiamati a raccolta diversi musicisti, dal già citato Andy Mackay, ad un altro Roxy Music, John Reynolds, dal batterista dei Coldplay Will Champion fino ad arrivare ad un contributo familiare, Darla Eno, figlia di Brian.

Nonostante “Someday World” non suoni di certo avanguardista o sperimentale, anzi per molti aspetti attinge a piene mani dal passato di Eno, e lo fa fin nei più piccoli particolari (le note alla Fripp in “Man Wakes Up” o nel finale di “Mother of a Dog”), è impressionante come Brian Eno sia da sempre riuscito a trovare la giusta chiave strutturale: brani come “Witness” catturano indipendentemente dalla loro natura, così come la stratificazione vocale tipica di molti lavori dell’artista ritorna in “To Us All”, ma continua a non annoiare.