Guardate questa foto: l’ho scattata un sabato mattina, mentre andavo a zonzo in bicicletta con la mia famiglia in quella meraviglia di verde e storia che è il Parco della Villa Reale di Monza. Pedalando senza meta ci siamo avvicinati alla zona dell’Autodromo, che – prima ancora di mostrarsi – si fa sentire, con il rombo dei motori che squassano di decibel l’incanto del silenzio di un luogo dove capita spesso di dimenticarsi di essere in uno dei territori più urbanizzati d’Europa.

Siamo finiti in prossimità delle curve sopraelevate del vecchio tracciato, abbandonate da anni. Mi ha colpito vedere come la natura si stia riprendendo il suo spazio, quasi una rivalsa sullo sfregio di cemento armato realizzato negli anni 50. Un paesaggio un po’ spettrale, quasi post-atomico. Mi sono domandato il perché di quello stato di degrado e abbandono, ripromettendomi di informarmi.

Qualche giorno dopo sono stato accontentato, per pura coincidenza: per ragioni professionali, mi sono trovato a seguire una seduta del Consiglio Regionale della Lombardia, dove ho assistito a una discussione proprio su quelle curve sopraelevate. Il Consiglio regionale ha approvato una mozione presentata dal consigliere Lino Fossati (della lista civica Maroni Presidente) che sollecita l’apertura di un museo interattivo negli spazi sottostanti alle sopraelevate. Maggioranza di centrodestra a favore, opposizione di centrosinistra e 5 Stelle contraria. Il dibattito in aula ha riproposto una diatriba che, sul territorio di Monza e dintorni, è vecchia di molti anni.

Le curve sopraelevate, costruite negli anni ’50 per moltiplicare i brividi da velocità, furono poi rapidamente abbandonate: nel 1961 un tragico incidente costò la vita all’ingresso della curva parabolica, al pilota Von Tripps della Ferrari e a 15 spettatori. Troppo pericoloso e inadeguato, l’anello di “alta velocità” viene lasciato in balia di alberi e erbacce. Nel 1997, l’accordo tra Comune di Monza e di Milano – proprietari dell’area – e la Sias (la società che gestisce l’autodromo) prevedeva l’abbattimento delle curve – salvo una piccola porzione da conservare come “testimonianza” – e la restituzione alla collettività, sotto forma di verde pubblico, del territorio occupato dal cemento (60 ettari circa). Ma gli anni passano, la Sias non demolisce alcunché, si arriva a una nuova convenzione (nel 2008) che non prevede più la demolizione, ma il restauro conservativo delle curve. Sull’inadempienza della convenzione precedente la politica chiude un occhio, anzi tutti e due.

Come spesso capita l’opinione pubblica si divide in fronti opposti: i fan dei motori, che considerano l’autodromo il fiore all’occhiello del territorio e quelli che considerano invece una vera sciagura la presenza del rumoroso e inquinante anello dentro uno dei pochi polmoni verdi, proprio in quella Brianza che detiene tutti i record di consumo di suolo. La politica, centrodestra contro centrosinistra e i comitati: da una parte gli attivisti del Comitato per il Parco di Monza intitolato ad Antonio Cederna che da anni si battono per la valorizzazione e la conservazione ambientale dell’area, dall’altra il Comitato degli amici dell’Autodromo, fautore dell’idea del Museo nelle curve. Si discute, ci si scambiano reciproche accuse, secondo il classico schema Don Camillo contro Peppone. Ma non si decide niente. Gli ambientalisti vengono dipinti come dei nemici del progresso, dello sport e del business, i fautori dell’autodromo come attentatori dell’ambiente e cementificatori.

Intanto le curve sopraelevate restano lì, le erbacce proliferano, gli alberi crescono e si prendono lo spazio che si meritano. Quando nessuna auto corre sul circuito vicino, il silenzio regna sovrano. Delle chiacchiere inconcludenti non arriva nemmeno l’eco.

Colonna sonora, Lucio Dalla, “Nuvolari”