Apprendo solo ora (la notizia è, incredibilmente, passata in sordina) della scomparsa, il 6 maggio, di Gianni Da Campo. Come ha scritto Andrea Bruni (amico e critico cinematografico) in un suo post: “un eremita del nostro cinema, solo 3 film in una vita intera […] E così, con la solita discrezione, alcuni giorni fa se ne è andato Da Campo. Quando, nel 1975, uscì nelle sale Pagine chiuse, doloroso “bildungsroman”, Tullio Kezich scrisse che questo oggetto filmico, così caparbiamente naif, era giunto nelle sale come “un messaggio nella bottiglia”. Due anni fa a Venezia Barbera ne ripropose proprio quell’esordio Pagine chiuse, film praticamente introvabile, che vinse la Palma d’oro dell’opera prima alla Semaine di Cannes nel 1969 ma rimase praticamente inedito in Italia. Lungometraggio che Da Campo riuscì a terminare, dopo enormi difficoltà produttive, grazie all’intervento di un altro autore che nel panorama cinematografico italiano passerà (ingiustamente, essendo un gigante) piuttosto inosservato, Valerio Zurlini.

 Il sapore del grano (1986, di cui la foto sotto) fu la sua ultima fatica. Ricordo che quando lo vidi rimasi interdetto: scoprire quel film, quella campagna veneta, quel modo pudico e gentile (come lo era il suo autore-poeta) di descrivere un’infatuazione improvvisa da parte del suo protagonista, recondita, forse osteggiata fino in fondo, mi attraversò. La sensazione di avere scoperto (troppo tardi) uno degli autori più importanti nel nostro cinema. La camera quasi sempre ferma, immobile, e quella sensualità – palpabile, continua – che quasi, per la potenza delle immagini, si manifestava in un effluvio che fuoriusciva dallo schermo. Un film, quest’ultimo, enorme, una delle opere più importanti del Dopoguerra italiano. 

Insegnante di lettere e traduttore, grande estimatore dell’opera di Georges Simenon, Da Campo era nato a Venezia nel 1943.