C’era una volta la Coppa del Mondo di ciclismo, la classifica a punti che riuniva tutte le corse più prestigiose del calendario e decretava a fine anno il ciclista più forte della stagione. Nel 2004 nacque il Pro Tour, un nuovo circuito con regole sempre più strutturate. E adesso l’Uci (Union Cycliste Internationale) vuole cambiare ancora: presto (dal 2015, per andare a pieno regime negli anni successivi) entrerà in vigore la riforma del calendario mondiale. Ma il nuovo ciclismo potrebbe non essere migliore di quello vecchio. Soprattutto per l’Italia.

I punti centrali della “rivoluzione” sono essenzialmente due: da una parte riduzione delle corse di alto livello; dall’altra revisione del processo di selezione delle squadre, e introduzione di un sistema di promozioni e retrocessioni. Il nuovo calendario prevederà 120 giorni di gara, comprendendo tutte le corse più importanti (dal Giro d’Italia al Tour de France, passando per le grandi classiche), senza più sovrapposizioni. Ma le novità principali riguardano i team: dal 2017 il World Tour si dividerà in due divisioni, la prima a 16 squadre, la seconda a 8; e a partire dal 2018 verrà stilata una classifica in base ai punti ottenuti dai migliori atleti di ogni formazione, e l’ultima di A1 scenderà in A2, lasciando posto alla migliore della seconda divisione. Saranno queste 24 squadre a correre tutte le gare più importanti. Così l’Uci punta ad avere un ciclismo sempre più d’elite, in modo da offrire un prodotto di alta qualità agli appassionati: meno corse, riservate alle squadre migliori e agli atleti più forti.

Ma i dubbi sul progetto di Brian Cookson (nuovo numero 1 dell’Uci) sono tanti. Il vecchio World Tour era stato criticato per essere troppo chiuso: il nuovo sistema apparentemente eleva il numero delle squadre di alto livello, che passeranno dalle attuali 18, a 24 (16+8 fra A1 e A2). I numeri, però, ingannano: attualmente alle spalle dei Pro Team c’è un ampio numero di squadre di categoria “Professional” (una ventina circa), realtà più o meno piccole, in cui militano tanti corridori di buon livello. Con la riforma gran parte di esse resterà tagliata fuori dalle corse che contano, relegata in una sorta di ciclismo di Serie B (Seconda e Terza Divisione) senza sbocchi verso l’alto. E qui vengono le note dolenti per l’Italia. Realtà importanti del nostro ciclismo (come l’Androni-Giocattoli di Gianni Savio, la Bardiani dei Reverberi o i Neri di Luca Scinto) rischiano di vedersi private di una vetrina fondamentale come il Giro, in cui hanno sempre corso da protagoniste.

E le cose non andranno meglio per gli atleti. “Dalle prime stime che abbiamo, rischiamo di perdere circa la metà dei professionisti”, spiega Cristian Salvato, presidente dell’Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani (Accpi). “Ci saranno meno squadre e quindi meno posti. E le licenze saranno tutte appannaggio dei grandi team stranieri. Nei prossimi anni l’Italia potrebbe ritrovarsi con solo una squadra e mezzo (la Cannondale; c’è anche la Lampre, che però ha sede legale in Svizzera, nda) nel ciclismo che conta”. Per questo l’Assocorridori ha lanciato l’allarme e spera di modificare il progetto. A maggio, quando il Giro farà tappa a Bari, ci sarà un incontro col Sindacato mondiale dei corridori presieduto da Gianni Bugno: l’obiettivo è elaborare una proposta unitaria a livello internazionale da presentare in occasione del prossimo vertice con l’Uci, a giugno. “L’Uci fa da padre-padrone e non capisce che questa riforma va contro gli interessi di tutto il movimento, e non solo dei corridori”, prosegue Salvato. “Ci sono troppe imposizioni e vincoli su budget, numero di atleti, gare. Bisogna lasciare la libertà di correre secondo le proprie possibilità”. “Il ciclismo – conclude Salvato – è sempre stato uno sport popolare, aperto alla gente e al territorio. Così rischia di perdere la sua anima”.

Twitter: @lVendemiale