Con La casa tonda, Louise Erdrich ha vinto il National Book Award del 2012 e con Il giorno dei colombi (il romanzo precedente, che oggi Feltrinelli ci propone nella traduzione di Vincenzo Mantovani) ha solo sfiorato il Pulitzer nel 2009, entrando nella terna finale senza portarsi a casa il premio. Eppure, fra i due non c’è paragone. Come giustamente ha scritto Philip Roth: “Il giorno dei colombi è il suo capolavoro”. Non l’altro.

In realtà, i due romanzi fanno parte di un’unica serie. Si racconta la stessa riserva indiana del North Dakota e i personaggi tornano, perché si parla della stessa famiglia. Ma fra La casa tonda e Il giorno dei colombi c’è un abisso. Il primo è costruito come un finto giallo, con il problema razziale sullo sfondo, una specie de Il buio oltre la siepe ambientato fra gli indiani. Il secondo invece è un romanzo-mondo, impossibile da classificare, anche se il perno della vicenda è ancora un delitto, la strage di una famiglia bianca nel 1911 per cui furono ingiustamente impiccati tre ragazzini indiani, per rappresaglia.

È un romanzo molto complesso, La casa dei colombi, ricco fino a dare le vertigini. Effetto accuratamente studiato, ovviamente. La verità della storia rimbalza e si moltiplica fra i diversi narratori, che si passano il testimone come in una staffetta. Mentre altre storie, solo apparentemente minori, movimentano il labirinto, con false entrate o sbocchi improvvisi. La struttura, difficilissima e geniale per questo, è spiazzante come la scrittura della Erdrich, che non è mai prevedibile. Non c’è una similitudine scontata, non un aggettivo banale. Il lettore, quasi schiaffeggiato dall’impossibilità di riposarsi in qualcosa di noto, è costretto a seguirla con le mani in alto. Può solo arrendersi alla sua originalità. Che è soprattutto un’originalità di immaginario.

Perché Louise Erdrich ha in testa un mondo tutto suo, una riserva di vicende umane che va ben oltre una riserva indiana. Cieli che si coprono di colombi, come nei peggiori incubi di Hitchcock, un marito che fa rapire la moglie per fuggire con l’amante e il riscatto, una donna sposata a un predicatore che per salvare se stessa e i figli decide di ucciderlo con il siero dei suoi serpenti. Tutte vicende che non hanno mai un finale indovinabile, perché la realtà in fondo assomiglia alla sua scrittura, che non si lascia ingabbiare da nessun concetto precostituito. La realtà devia e sterza e ribalta i giochi, e lo fa con le stesse misteriose mosse di chi la racconta. Se ti siedi al suo tavolo, devi essere pronto a perdere. Non succederà niente di quello che ti aspetti.

Si può tentare di addomesticarla, la Erdrich, paragonandola ad altri. Una Edna O’Brien (altra scrittrice amata da Roth) del North Dakota? Una narratrice della più sconosciuta storia americana come Philip Meyer? Ma non funziona. Louise Erdrich assomiglia solo a se stessa, e qui sta la sua forza.