Una fila lunghissima con i colori della “nazione arcobaleno” si snoda per Trafalgar Square, a Londra. Davanti alla South Africa House, dove ha sede il consolato, centinaia di sudafricani residenti in Gran Bretagna sventolano le bandiere gialle e nere dell’African Nation Congress e quelle azzurre dello sfidante Democratic Alliance e si preparano a votare, in anticipo rispetto al loro paese, nelle elezioni che celebrano i 20 anni della fine dell’apartheid e dell’inizio della democrazia. Ma anche le prime dalla morte del padre della nazione, Nelson Mandela.

“L’African National Congress (Anc) è andato al potere nel ’94, raccogliendo i frutti della lotta del suo leader, Mandela, e facendo un compromesso con la minoranza bianca: a noi il potere politico a voi quello economico”. Chris Vandome è ricercatore presso Chatham House, Istituto britannico che si occupa di affari internazionali. Il Programma dedicato all’Africa del think-tank londinese è probabilmente il più importante del mondo. “Sia la presidenza Mandela che quella del successore Mbeki hanno puntato tutto sulla crescita economica. In questo modo, anche grazie al flusso di investimenti dall’estero e agli aiuti del Fondo monetario internazionale, il Paese è esploso a livello macroeconomico”. Lasciando però indietro una fetta importante di persone, “creando una frattura sociale tra minoranza benestante – spesso bianca – e una maggioranza devastata dall’alto tasso di disoccupazione e dalla carenza di servizi pubblici (istruzione, igiene, salute)”. Solo quest’anno ci sono state oltre 3 mila manifestazioni, senza contare le rivendicazioni salariali dei minatori. Nel 2012 ne morirono 38 negli scontri con la polizia. “Segni evidenti del malessere diffuso e del fallimento delle politiche sociali del partito di governo”, nota Vandome.

La corsa elettorale è però quella di un uomo solo: Jacob Zuma, leader dell’Anc e presidente in carica dal 2009. Già accusato di corruzione, Zuma ha governato facendo lo slalom attraverso gli scandali. Il più noto all’opinione pubblica è quello in cui è stato accusato di aver sottratto 65 milioni di rand (più di 4 milioni di euro) di denaro pubblico per la ristrutturazione faraonica di una casa di campagna. Una giudice che ha indagato sul caso, Thuli Madonsela, è popolarissima, e tutti i partiti di opposizione cavalcano una linea anti-corruzione. Eppure l’Anc è ancora il primo partito: il sondaggi lo danno sopra il 65%. L’opposizione è divisa, e neanche una sfidante dall’alto profilo come Manphela Ramphele – donna, accademica, imprenditrice e già militante anti-apartheid – è riuscita a coalizzare contro il ventennale potere dell’Anc.

Patrick, nero 42 anni di Johannesburg, che veste la maglietta di Zuma è molto netto: “Non voto per lui perché è corrotto, ma credo ancora nel partito”, come ci credono tanti della generazione “born free”, ovvero quelli nati liberi dall’apartheid, i ventenni di oggi. Forse non riesce a rappresentare più molti settori della società, ma l’Anc infatti continua a difendere le classi più deboli attraverso gli strumenti dello stato sociale. “Anche dopo le elezioni”, chiarisce Patrick, “il partito ha il potere di richiamare il suo leader e di sostituirlo. Così accadde con Mbeki che dovette lasciare il posto a Zuma. E così spero accada a Zuma” in favore del suo attuale vice, Cyril Ramaphosa, ambizioso uomo d’affari, anche lui con un passato da attivista anti-apartheid. Quel che è certo, oltre alla vittoria sicura di Zuma e dell’African National Congress, è che Mandela non è sparito dalle strade del Sudafrica. “Per noi è come un padre”, aggiunge Patrick “tutti lo amano e lo rispettano per l’umanità che ha espresso”. Ma l’eredità più grande che Madiba ha lasciato al suo Paese è certamente quella del senso dello Stato. “Quando nel 2004 decise di ritirarsi dalla vita pubblica, lo fece anche per questo”, conclude Vandome. “Per dire: non sono eterno, ma quello che lascio resterà”. In Sudafrica l’autonomia della magistratura e la libertà di stampa sono gli strumenti che bilanciano gli abusi del potere politico. Elementi di una democrazia che in Africa è merce rara. 

@andreavaldambri

Dal Fatto Quotidiano del 6 maggio 2014