La resa dei conti interna al Pd sulla riforma del Senato ci sarà dopo le elezioni europee. A sorpresa, vista la fretta di Matteo Renzi di portare a casa la prima lettura, la commissione Affari Costituzionali di palazzo Madama ha fissato il termine per il deposito degli emendamenti per il 23 maggio. In questo modo, la discussione sul testo e sull’ordine del giorno Calderoli, ci potrà essere solo a risultato delle urne conclamato. Par di capire, insomma, che solo se Renzi riuscirà a portare a casa un risultato molto importante per il suo partito, in ordine al 32-33%, allora riuscirà probabilmente a ricompattare le tante anime del Pd sull’azione di governo. Diversamente, il percorso riformatore potrebbe arenarsi, determinando – probabilmente – lo scenario caro a Berlusconi (che ieri ha “salvato” Renzi facendo votare Forza Italia a favore del testo del governo), ovvero un voto anticipato che, d’altra parte, anche qualcuno nelle fila renziane (come Roberto Giachetti) propongono da giorni come unica via d’uscita dal “pantano” e al logoramento di un governo di larghe intese.

La commissione presieduta da Anna Finocchiaro, dunque, diventerà il prossimo palcoscenico dove si consumerà, in un modo o nell’altro, il futuro del governo Renzi. La proposta di far slittare al 23 maggio il termine degli emendamenti, d’altra parte, è stata avanzata dal presidente dei Popolari Mario Mauro (che ieri aveva minacciato di votare contro il governo, aprendo un caso) ed ha trovato l’appoggio di Lega e M5S, passando quindi all’unanimità, persino con il voto della stessa Finocchiaro, che in un primo tempo aveva proposto il 13 maggio. Il tutto è stato deciso al termine dei lavori, assente in quel momento il ministro per le riforme, Maria Elena Boschi.

In realtà, un termine così lontano nel tempo favorisce, in qualche modo, anche Berlusconi. Alcuni dei suoi senatori, infatti, hanno riferito che gli obiettivi dell’ex Cavaliere – a suo dire raggiunti – erano due: far slittare l’approdo in aula delle riforme a dopo le Europee, così da non consentire a Renzi di poter sbandierare in campagna elettorale la vittoria del governo su questo fronte. E in seconda battuta dimostrare, anche alla luce degli ultimatum lanciati da Renzi, che senza i voti di Forza Italia sulle riforme non si va da nessuna parte. Un retroscena, su questo fronte, l’ha svelato l’altra sera lo stesso vicepresidente leghista del Senato, Roberto Calderoli: “Se ne sono usciti vivi, il ministro Boschi e Renzi, è solo grazie al tradimento di Berlusconi. Fino alle 20.20 era al telefono con me – ha rivelato – che mi diceva tieni duro, non dovrà mai passare il testo del governo prima del 25 maggio. Noi saremo con te fino in fondo. Alle 21.15, invece cambia tutto”.

A dividere il premier Renzi e Silvio Berlusconi c’è un solo tema, osservava stamattina a palazzo Madama una qualificata fonte di maggioranza: la data delle elezioni politiche. Con una data che non può che essere quella della primavera del 2015. Leader candidato di Forza Italia? Ancora Silvio Berlusconi, era la tesi della stessa fonte, prima che altri procedimenti possano creare eventuali altri stop. A Berlusconi, ieri Renzi avrebbe fatto balenare il rischio che non rispettare il patto per le riforme, boicottando il testo base del governo, avrebbe comportato un voto anticipato con un’accelerazione sull’Italicum – a quel punto modificato – in una doppia direzione: nuove soglie di sbarramento, che i partiti piccoli vorrebbero più basse, da un lato, e anche una nuova soglia per il premio di maggioranza, dall’altro. Un rischio che Berlusconi non ha voluto correre, con l’ordine del giorno Calderoli (che reintroduce l’elettività per i senatori) alla riforma del Senato che diventerà il vero terreno di scontro non solo nella maggioranza, ma anche tra Renzi e il Cavaliere.

A proposito di Carderoli. Nel suo odg, viene anche reintrodotta la devolution, prevista nella riforma costituzionale approvata dal centrodestra nel 2005 e bocciata dal referendum popolare: vi si legge, infatti, la possibilità che lo Stato devolva competenze legislative anche “a più Regioni”, e sono anche incrementate le materie di competenza delle Regioni stesse. Si legge, infatti, nel testo, che le riforme dovranno prevedere “che l’esercizio della funzione legislativa in materie di competenza esclusiva statale possa essere conferito ad una o più Regioni, anche su richiesta delle stesse, previa intesa con le Regioni interessate, in presenza di una dimensione territoriale ottimale, definita anche da intese fra le Regioni, e purché la Regione assicuri equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. Dove la “dimensione territoriale ottimale” potrebbe essere la Padania preconizzata dai governatori della Lega Luca Zaia, Roberto Maroni e Roberto Cota. “Di fatto – ha spiegato il costituzionalista ed ex senatore Pd, Stefano Ceccanti – con l’odg votato, lo Stato italiano così com’è scompare perché su temi come sanità, scuola e mercato del lavoro potrebbero decidere solo ed esclusivamente le regioni. E una cosa del genere non accade neanche negli Usa o in Germania visto che, ad esempio negli Usa la riforma sanitaria si fa con Obama”.”E nel “disegno” di Calderoli accolto ieri dalla commissione – ha proseguito – non avrebbe neanche più senso avere due Camere visto che a livello centrale non si farebbe più niente”. “Non riesco davvero a capire – ha concluso – come parlamentari non leghisti possano aver votato un ordine del giorno simile. Oltre a far scomparire lo Stato Italiano, il testo di Calderoli prevede di fatto che il Senato possa sempre e comunque bloccare su tutto il lavoro di Montecitorio. Temo che l’impostazione impressa ieri al dibattito con questo odg ci porti completamente fuori da tutto quello di cui abbiamo parlato sinora…”.