Il rendimento dei Btp decennali italiani è sceso nel pomeriggio al nuovo minimo storico dall’introduzione dell’euro, 2,99%, per risalire lievemente (al 3%) in chiusura. Un segnale di ottimismo e fiducia, da parte dei mercati, ancora più importante del calo del famigerato spread tra i nostri titoli di Stato e il Bund tedesco di uguale durata (calato comunque anch’esso a 153 punti base): quel differenziale, in fondo, dipende per metà non da quel che accade in casa nostra ma dall’andamento dell’economia nel Paese di Angela Merkel. Il tasso sui nostri buoni del Tesoro, insomma, è un indicatore più affidabile della percezione che gli investitori hanno dell’Italia. E la discesa registrata negli ultimi dieci giorni – nonostante le previsioni non proprio rosee della Commissione Ue e dell’Ocse – suggerisce che i nostri Btp siano molto ambiti e che il rischio sovrano sia ritenuto basso. Merito, allargando l’orizzonte, del generale allentamento delle tensioni nell’Eurozona, che induce chi investe a puntare su titoli dei Paesi periferici – Italia ma anche, per esempio, Spagna – che offrono ancora rendimenti interessanti. Soprattutto alla luce del rischio deflazione per alcuni Paesi euro: se si concretizzasse, il ritorno sull’investimento in titoli di Stato, al netto dell’inflazione, aumenterebbe.

In giornata, intanto, la società di ricerche Prometeia ha diffuso un rapporto di previsione sulle prospettive dell’economia italiana in cui si legge che nel 2015 e 2016 la riduzione dello spread tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi dovrebbe proseguire a ritmo contenuto (a meno che non ci siano nuove tensioni geopolitiche), rallentata nel primo anno dalla dinamica del debito e dalla parziale deviazione dagli obiettivi di consolidamento dei conti pubblici. La stima è di 160 punti base a fine 2015 e 150 a fine 2016. La riduzione sarebbe però determinata in parte dall’aumento dei tassi sui Bund prefigurato per la seconda parte del 2014, con il consolidarsi della ripresa internazionale.