Non solo i tecnici del Senato. Matteo Renzi, parlando con Il Fatto Quotidiano, li accusava di contestare le coperture del decreto Irpef (quello degli 80 euro in busta paga) “per vendetta” contro il taglio degli stipendi oltre i 240mila euro. Ma anche dalle fila del governo qualcuno ammette che una parte degli introiti previsti, in particolare gli 1,8 miliardi che dovrebbero arrivare dall’aumento dal 12 al 26% dell’aliquota d’imposta sulla rivalutazione delle quote di Banca d’Italia, non è assicurata. E’ il viceministro all’Economia Enrico Morando che, uscito dall’incontro annuale della Consob con il mercato finanziario, a una domanda de ilfattoquotidiano.it sul rischio di ricorsi alla Corte costituzionale da parte delle banche risponde: “Il problema esiste”. In che senso? “Si tratta di un provvedimento che interviene sul versamento di imposte già definite da una norma precedente, quindi non c’è dubbio che il problema c’è”. Anche se, aggiunge, “ci sono 60 giorni per convertire il decreto e la mia opinione è che esistano strumenti per rendere questa iniziativa compatibile con la nostra Costituzione” e “si potrà trovare una soluzione che superi le obiezioni”.

Sembra però più problematico l’inserimento nell’ordinamento italiano del reato di autoriciclaggio, quello commesso da chi reimmette nell’economia denaro che in precedenza lui stesso ha ottenuto illecitamente (mentre il normale riciclaggio riguarda chi “lava” denaro proveniente da un reato commesso da un altro soggetto) e che oggi non esiste nell’ordinamento italiano. Sul tema Morando ammette che “è una questione che deve essere affrontata” e “la sede più ragionevole” sarebbe il disegno di legge sulla cosiddetta “voluntary disclosure” – la procedura di collaborazione volontaria che dovrebbe consentire l’emersione di capitali non dichiarati detenuti all’estero – atteso a giorni in Consiglio dei ministri. E’ da vedere se l’idea andrà in porto, visto che l’introduzione di quel reato nella nostra legislazione viene periodicamente annunciata e smentita da almeno un paio d’anni. 

Infine il salario minimo, cavallo di battaglia di Morando che all’inizio di aprile aveva auspicato una legge ad hoc: “Io penso a un salario minimo fissato per legge, al di sotto del quale in nessun caso si può stabilire rapporto lavoro dipendente. Per cui una violazione di quella norma costituirebbe reato, a prescindere che parliamo di un contratto regolare o di lavoro in nero”. La Germania l’ha introdotto poche settimane fa, davvero i tempi sono maturi anche in Italia? “Dopo l’accordo sulla rappresentanza firmato da sindacati e Confindustria ci sono le condizioni perché anche nel nostro Paese la base regolatoria possa cambiare. Oggi il pilastro fondamentale è il contratto nazionale di categoria, io invece immagino un modello basato su tre diversi istituti: la legge sul salario minimo, il contratto nazionale e il contratto di secondo livello, che dovrebbe poter derogare al contratto nazionale verso l’alto e verso il basso. Qualcosa di analogo a quello che Gerald Schroeder introdusse in Germania a metà degli anni 2000, cambiando dalle fondamenta il mercato del lavoro”.