Più negoziazioni a Piazza Affari, più segnalazioni di operazioni sospette indirizzate alla Consob, più sanzioni. Ma le famiglie italiane restano più che caute nei confronti dell’investimento in azioni. E continuano a rifugiarsi nei Btp. E’ quello che emerge dalla Relazione 2013 dell’authority per la tutela del risparmio, la Consob appunto. Lo scorso anno, innanzitutto, il controvalore degli scambi su azioni quotate al mercato principale di Borsa Italiana è risalito a 526 miliardi di euro, +8% rispetto ai 487 miliardi del 2012 (il valore più basso degli ultimi dieci anni). Sono molto aumentate, poi, le sanzioni: nel 2013 le multe (135) imposte dalla commissione presieduta da Giuseppe Vegas sono ammontate a 32,5 milioni, contro i 10 milioni del 2012. Nei primi quattro mesi del 2014, poi, sono già state decise sanzioni per 15,6 milioni. Più della metà della somma riguarda pochi soggetti: il finanziere bretone Vincent Bollorè (3 milioni di euro), il raider di Borsa Alessandro Proto (4,5 milioni), gli ex vertici Fonsai Jonella Ligresti ed Emanuele Erbetta e la Unipol (per complessivi 1,3 milioni). Altri 2,3 milioni sono stati comminati ai promotori finanziari, 44  dei quali sono stati radiati dall’albo, 18 sospesi e uno sanzionato. Ci sono poi 8,2 milioni di sanzioni agli emittenti dei titoli. In 18 casi (erano 14 nel 2012) e per un totale di 4,1 milioni sono stati multati i collegi sindacali, per mancato o insufficiente esercizio dei doveri di vigilanza: il caso più eclatante è quello di Fondiaria Sai e Milano Assicurazioni, i cui sindaci sono stati multati per la cifra record di 3,7 milioni. “Solo” 180mila euro totali, invece, per i tre sindaci di Parmalat per la vicenda dell’acquisizione di Lactalis UsaNel corso del 2013 l’autorità ha poi concluso 22 indagini in materia di abusi di mercato, accertando 13 illeciti amministrativi: dall’abuso di informazioni privilegiate (quattro casi) alla manipolazione del mercato (nove casi). Dieci indagini hanno dato luogo alla trasmissione di relazioni all’autorità giudiziaria.

L’anno scorso 31 ispezioni – Lo scorso anno la commissione ha ricevuto 231 segnalazioni di operazioni sospette (in crescita rispetto alle 208 del 2012). Il 58% ha riguardato l’abuso di informazioni privilegiate, il 35% ipotesi di manipolazione del mercato e il restante 7% dei casi un mix di entrambe le fattispecie. Oggetto di segnalazione sono state per lo più le azioni (83%), seguite da obbligazioni (10%) e strumenti derivati (7%). La Commissione ha avviato 31 verifiche ispettive nei confronti dei soggetti vigilati e ne ha concluse 36, in linea con il 2012. In 20 casi nella prima fase l’operazione è stata supportata dal Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza. Sotto la lente sono finite 12 società quotate, 6 società di revisione, 6 sim, 2 banche, 3 sgr e sicav, 2 associazioni di azionisti. Tra i casi più noti spiccano le ispezioni relative all’opa Camfin, al prestito convertendo Telecom e due operazioni condotte da Mediobanca su Banca Generali e Milano Assicurazioni. In più sono state concluse 94 istruttorie per ipotesi di abusivismo in relazione a potenziali violazioni della normativa sull’offerta al pubblico di prodotti finanziari. Ne sono scaturiti due provvedimenti cautelari, altrettanti di interdizione e 25 comunicazioni a tutela dei risparmiatori. Una quota significativa di controlli (80% delle istruttorie per abusiva intermediazione e 50% di quelle per offerta abusiva) ha riguardato i servizi di investimento prestati ai risparmiatori via internet. In particolare nel 2013 sono stati monitorati 433 siti nell’ambito di 115 indagini preliminari.

 

La proprietà delle quotate ancora in mano a pochi – La struttura proprietaria delle società quotate italiane, nonostante il presidente Vegas nel suo intervento abbia sottolineato che “il cosiddetto capitalismo di relazione si sta ritraendo per lasciare spazio a nuovi equilibri negli assetti proprietari”, resta molto concentrata. Il primo azionista, risulta infatti dalla relazione, a fine 2013 deteneva in media il 46,8% del capitale, quota invariata rispetto al 2012. Gli altri azionisti rilevanti hanno in media il 16,5% (era il 16,9% nel 2012) e il mercato, intesi come soci sotto il 2%, il 36,7% (in lieve discesa dal 36,4% dell’anno prima).

Italiani ancora Bot people – Le famiglie italiane restano lontane dalle azioni, preferendo titoli di Stato e obbligazioni bancarie. Lo riporta la Relazione per l’anno 2013 della Consob, spiegando che solo il 26,3% delle famiglie investe in strumenti a qualunque titolo “rischiosi” (siano azioni, obbligazioni, prodotti di risparmio gestito o polizze vita). La percentuale, a dire il vero, è lievemente aumentata rispetto al 2012 (quando si fermava al 24,7%), ma resta molto inferiore al 38% del 2007, prima del fallimento di Lehman Brothers e della crisi finanziaria globale. Sulle azioni di società italiane e straniere, in particolare, punta poco più del 5% degli investitori, mentre le obbligazioni bancarie sono presenti nel 9,5% dei portafogli. L’investimento in Bot e Btp, come da lunga tradizione, resta invece l’opzione preferita: stando al rapporto Consob, basato su dati dell’istituto di ricerche Gfk-Eurisko, lo sceglie il 12% delle famiglie (erano il 13% nel 2012). Forse, oltre agli scandali hanno “scottato” ripetutamente i risparmiatori, un ruolo nelle scelte lo gioca anche il basso grado di alfabetizzazione finanziaria degli italiani. Infatti solo il 68% degli intervistati da Eurisko ha dimostrato, per esempio, di conoscere il concetto di potere d’acquisto della moneta e di inflazione (che riduce nel tempo il valore reale delle somme detenute) e solo il 53% sa che cosa significa “diversificare il rischio” degli investimenti. Il 12%, alla domanda su quale sia la relazione tra rendimento e rischio di un prodotto finanziario, risponde addirittura che “al crescere dell’uno, l’altro si riduce”. La risposta giusta, naturalmente, è quella opposta: più rendimento va a braccetto con una maggiore rischiosità.