Commedia sì, commedia no. Snobismo dei critici, sovrabbondanza di prodotto, pedanteria nelle storie, la sfida televisiva, le sale che chiudono. Ci risiamo, la solita melina del cinema italiano, ché se fai ridere non sei degno dei grandi festival. Cioè non sei Cinema, anche se incassi 50 milioni e rotti di euro, Checco Zalone docet. Gli inesorabili luoghi comuni, micidiali. Il problema semmai è l’indistinzione dell’offerta, giusto per dirne uno. Sembra che – eccezioni a parte – vista una commedia le hai viste tutte: cast reiterati, storielle fotocopia.

D’altra parte, squadra che vince non si cambia, altrimenti cambi lavoro. Registi, sceneggiatori, critici, pubblico: tutti contro tutti, ovvero quanto è accaduto ieri agli “Stati Generali della Commedia Italiana contemporanea”, un incontro/scontro moderato dall’esperto stracult Marco Giusti e presenziato da molti dei volti ben noti al grande pubblico, dai baroni Carlo Verdone, Neri Parenti, Enrico Vanzina ai neofiti Sydney Sibilia (suo l’esplosivo Smetto quando voglio), Matteo Oleotto (autore del pluripremiato Zoran, il mio nipote scemo), Edoardo Leo, le Iene Pio e Amedeo, passando per Paolo Genovese, Francesco Bruni, Massimo Gaudioso. Mancava il Checco nazionale, seppur pugliese: altri impegni, oppure solo morettianamente assente. La cornice è il XV Festival del Cinema Europeo di Lecce, conclusosi ieri. Pure essendo il cine-genere  che (da sempre) meglio incassa nel Belpaese e “tiene” la concorrenza Usa, anche la commedia è in allarme. Ad annunciarlo è un Verdone in veste di analista di dati: “Lo dice anche Variety, i giovani dai 18 ai 24 anni non vanno più al cinema, persino Hollywood teme la chiusura, figuriamoci l’Italia.

Ma oltre ai numeri sconfortanti siamo un Paese sbandato… prostituito alla politica. Indecente che abbiano chiuso la maggioranza delle monosale cittadine: ma dove lo troviamo il pubblico di mezz’età, quelli non vanno nei multiplex di periferia! E se poi i giovani non ci vanno più al cinema… chi ci rimane?” chiosa il mattatore romano che poco più che ventenne riuscì a interpretare la sua generazione con Un sacco bello.

Già, oggi è impensabile trovare 20/30enni che possano vagamente proporre un “loro” Un sacco bello. Ovvio, la società odierna presenta uno slittamento generazionale: esordire (bene) al cinema è diventato un evento per pochi eletti, ci metti anni e ipoteche sulla casa (dei genitori), nonostante le facilitazioni tecnologiche che teoricamente permettono di scodellare un film dall’iPhone e sbatterlo su YouTube. Ma non è la stessa cosa.

Lo sanno anche i più “giovani” che comunque già stanno sui 40. Insomma, anche la commedia accende l’allarme rosso. Cause e colpe sono disseminate nel caos, e la regola è scrollarsi di dosso ogni responsabilità. Buttarla sulla schizofrenia dei critici cinematografici è comodo: “Ridono in sala e poi ti stroncano dicendoti, un conto è l’uomo, l’altro è il critico” è l’accusa principale di Paolo Genovese secondo il quale far ridere è marchio d’infamia e ti allontana dai festival. La reazione è immediata.

Come quella di Piera Detassis, che dalla platea non ci sta: “È una puttanata: quando un critico si diverte e trova che in una commedia i meccanismi funzionano, non la stronca affatto. Il tema è l’omologazione: le commedie oggi si assomigliano tutte, stesse facce, simili battute, storie ricalcate. Ma quando c’è un valore, quando un film si distingue, subito ce ne accorgiamo! Ed è un luogo comune che i festival snobbino le commedie in quanto tali”. “Il punto è – sottolinea Valerio Caprara – che voi autori non dovete perdere il coraggio di una miscela esplosiva, di una contaminazione di generi, di combattere insomma… bisogna migliorare il tessuto connettivo del cinema italiano, perché sappiamo tutti che non basta l’eccezionalità di vincere un Oscar”. Colpevoli e assenti e quindi impossibilitati a difendersi sono anche i broadcaster – che sappiamo ormai indifferenti ai piccoli film – e i distributori dei quali Neri Parenti accusa di ritardo nell’adeguamento al presente rispetto al lancio del prodotto: “La promozione è pressoché identica a quella di quando io avevo 30 anni… qualcosa deve cambiare, no?”. Problemi tanti, proposte poche, idee ancora meno, ma una cosa è certa, finché si ride c’è speranza e al consesso salentino le risate sono state assicurate.

Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2014