Tre fatti in dolorosa sequenza identificano in modo preciso, quasi chirurgico, lo stato in cui versa il nostro ordine pubblico e soprattutto illustrano in maniera altrettanto plastica la pericolosa debolezza in cui si trova Alessandro Pansa, amministratore delegato dell’azienda Polizia. Se ne parlo in termini aziendali è perché un corpo complesso e fondamentale com’è quello della Polizia di Stato non può più essere gestito con i criteri di un (brutto) tempo andato, in cui il richiamo a una certa forza fisica o a quel modo estremamente liquidatorio di valutare i conflitti sociali, rappresentava la stella polare (incarnata, checché se ne dica, anche da un poliziotto esperto e stimato come Gianni De Gennaro). E infatti Pansa ha voluto, per la sua gestione, dare un segnale di cambiamento, si direbbe un cambio di passo culturale, cosa che gli ha prodotto soltanto offese personali e un’immagine, appunto, di debolezza esterna che è deleteria per l’equilibrio di un Paese.

I tre fatti in sequenza sono: l’artificiere che scalcia a terra la ragazza nel corso della manifestazione di Roma, gli applausi indecenti ai tre orrendi gaglioffi (dei quattro) condannati per l’omicidio colposo del povero Aldrovandi, la gestione dell’Olimpico nella sera della finale di Coppa Italia.

Nel primo caso, viste le immagini, il capo della Polizia ha realizzato il suo pensiero con una certa rapidità, prima chiedendo scusa e poi bollando l’artificiere con l’epiteto di “cretino”. Dobbiamo soffermarci sulla terminologia scelta, perché sono proprio le parole usate che definiscono in maniera inequivocabile la gravità dei fatti. E “cretino” in quel contesto era una parola profondamente sbagliata. Cretino è una parola che generalmente riguarda lo stile delle persone, le loro manchevolezze culturali, e non, come in quel caso, un’attitudine alla violenza immotivata.  

Ecco perché, appena il giorno dopo, il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, intervistato da Carlo Bonini per Repubblica, ha avuto buon gioco nel contestare radicalmente la visione del Capo: “Io userei un’altra parola, io direi che il comportamento di quell’artificiere è apparentemente inspiegabile… io credo che se ci interroghiamo sul perché quell’artificiere era dove non doveva stare e ha fatto quel che le immagini mostrano e non doveva fare, magari ci avviciniamo a una possibile soluzione… forse era lì per dare una mano ai suoi colleghi, per la frenesia e la frustrazione di chi, improvvisamente, si sente bersaglio alla mercé di chi, i manifestanti, è chiamato a tutelare”.

La logica del poliziotto (Pecoraro) la conosciamo sin troppo bene, è la via giustificazionista ammantata da concetti come “frustrazione” o “frenesia”, lo stolido armamentario mesozoico per non dire che un poliziotto si è comportato in modo osceno (e soprattutto su una donna). La morale è che su quella vicenda Pansa è stato delegittimato proprio dai suoi uomini, che lo hanno considerato un po’ anima bella, risultato non esattamente lusinghiero per un capo della Polizia.

Secondo fatto. Enorme, tragico, senza ritorno: gli osceni poliziotti del Sap che si sono alzati in piedi per una standing ovation ai tre colleghi condannati per l’omicidio Aldrovandi. Pansa, come altre figure istituzionali, ha subito stigmatizzato, con parole dure, inequivoche. La risposta è stata, se possibile, peggiore del gesto originario: Pansa non ci rappresenta, hanno risposto, come si trattasse di una disputa da strada, da risolvere tolte le giacche. Questo è un rischio che il Capo della Polizia non può correre, non può essere tollerato che all’interno del corpo preposto alla difesa dei cittadini, vi siano gruppi intellettualmente “eversivi” che non ne riconoscono l’autorità. Se dobbiamo riprendere un linguaggio caro agli sbirri, qui si vede chi ha le palle.

Terza situazione, i fatti dell’Olimpico. Allora, dottor Pansa, qui lei deve garantire i cittadini italiani sul rispetto dei simboli, che sul piano dell’immagine, se negativi, sono devastanti. Lei non dovrà più consentire che una delegazione della Polizia si metta in marcia, percorrendo mezzo Olimpico, per andare a parlamentare, fintamente o meno, con tal “Genny ’a carogna” su cosa si dovrà o non si dovrà fare per il buon andamento della serata. Un signore che altre democrazie persino più sfilacciate della nostra affiderebbero a cani affamati e che indossava una maglietta (“Speziale libero”) che valeva perfettamente uno striscione offensivo e dunque andava rimosso (non la maglietta, lui medesimo). Lei, gentile Pansa, deve decidere per la nostra sicurezza in piena autonomia e lasci che a calare le mutande siano, al solito, quei poveracci dei giocatori che non hanno uno straccio di dignità.

Tre fatti che mettono in luce una debolezza (chissà quanto strutturale) del Capo della Polizia: Pansa è un poliziotto troppo elegante e raffinato per stare in quel posto, è un dirigente troppo debole o non ha (ipotesi plausibile) un appoggio vero, concreto e responsabile da parte del governo e da qui la delegittimazione interna e strisciante?

Qualunque sia l’ipotesi, un Capo della Polizia che non è temuto dai suoi uomini deve valutare anche l’idea di lasciare.