Tutte le pagine dei giornali di oggi sono dedicate a quello spettacolo indecoroso e vergognoso con cui è iniziata la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina  e alle immagini raccapriccianti del rogo di Odessa.

Eppure ieri è accaduto anche un altro evento, probabilmente meno “spettacolare” ma, forse, più degno di nota e di riflessione. Si sono svolti i funerali del sostituto commissario Roberto Mancini, il poliziotto che indagò e per primo denunciò quanto stava accadendo nella Terra dei Fuochi, ammalandosi di cancro proprio per aver respirato i veleni dei rifiuti tossici e radioattivi su cui stava indagando. Roberto è morto a 54 anni, abbandonato da uno Stato che prima ha chiuso le sue denunce nel cassetto di una scrivania e poi non gli ha riconosciuto nemmeno la malattia di servizio.

Ieri mattina poteva essere, date le premesse, una giornata triste, intrisa di dolore e di sentimenti di sconfitta. Eppure, anche se il dolore e la tristezza sono stati inevitabilmente presenti, non l’hanno fatta da padroni, perché accanto a loro, più forti, due emozioni si sono fatte spazio, ogni minuto sempre più prepotentemente: la rabbia e la voglia di andare avanti e di prendere il testimone di Roberto.

Si sono fatte spazio nelle parole forti, decise e accusatorie di don Maurizio Patriciello (ricordate il prete anticamorra offeso dal Prefetto di Napoli Andrea De Martino durante un incontro sui rifiuti tossici in Prefettura?) che celebrava la messa, in quelle perentorie, dirette (verso le autorità della Polizia di Stato e del governo sedute a pochi metri) e tremanti per l’emozione di un caro amico e collega di Roberto, e in quelle ferme e chiare della moglie e della figlia. Parole che erano una dichiarazione di orgoglio verso un marito e un padre disposto a morire per salvare i cittadini che aveva giurato di proteggere e un invito a continuare il suo lavoro. E loro hanno già iniziato a farlo, scegliendo di dedicare una giornata che sarebbe dovuta e potuta essere solo loro e del loro dolore, alla lotta che le ha private in modo tanto brutale del loro affetto più caro.

Sono state due le cose che oggi mi hanno colpita e mi hanno dato speranza. Primo, lo Stato non era davvero assente. E con questo non mi riferisco alle “personalità” che sedevano in prima fila a rappresentare quello Stato che, sì, ha abbandonato Roberto Mancini, ma alle centinaia di poliziotti e carabinieri presenti, colleghi che avevano lavorato braccio a braccio con Roberto e colleghi che non l’avevano mai visto prima ma che avevano sentito il dovere morale di esserci e di testimoniare, con la loro presenza, che quel sacrificio non era passato sotto silenzio. Un mare blu di divise che, ovunque ti giravi, con gli occhi lucidi annuivano, serravano i pugni e poi applaudivano ad ogni frase poco “politically correct” di don Patriciello. Spesso ci dimentichiamo che il vero Stato non è rappresentato solo dalle “personalità” che parlano in televisione ma anche e soprattutto dalle persone che agiscono in suo nome ogni giorno.

Il secondo motivo di speranza è stata la composizione delle persone presenti in quella chiesa: ai poliziotti e ai carabinieri si mescolavano intere classi di istituti superiori e inferiori con i rispettivi professori, attivisti di centri sociali e di associazioni per la difesa del territorio e cittadini. Tanti cittadini. Quello che è successo oggi è la dimostrazione oggettiva che si può e si deve andare oltre le categorie, gli schemi preconcetti, le distinzioni date dal tipo di indumento che indossiamo tutti i giorni. Non è una camicia, il colore di un casco o il mestiere che fai a determinare il rispetto che la comunità deve mostrare ad una persona ma le sue scelte, ciascuno nella propria professione e nella propria vita. E sono queste scelte che possono e devono indicarci l’amico o il nemico.

La giornata di oggi mi ha dato speranza, quella speranza che spesso viene a mancare leggendo o ascoltando le frasi ciniche e disilluse di gente che non crede più che qualcosa possa cambiare. A queste persone, oggi, vorrei rivolgere un invito: se non riuscite più a credere che sia possibile cambiare lo status quo, se pensate che ormai non ci sia più speranza e che l’unica cosa da fare sia mettere la testa sotto la sabbia e provare solo rabbia e frustrazione, io sarò l’ultima a giudicare o a criticare, anzi, comprenderò le vostre ragioni e i vostri sentimenti. Vi chiedo, però, solo un favore: non cercate di “contagiare” con il vostro sconforto, il vostro cinismo e la vostra disillusione coloro che la speranza continuano ad averla. Non deridete chi ancora, forse utopisticamente, continua a crederci e a lottare, anche se con un filo di voce, affinché cambi qualcosa, per quanto piccola. Perché non solo farete un danno alla persona che avete accanto e che, presumibilmente, amate, togliendole l’unica cosa che ci rende uomini, una vita spesa per i propri ideali e i propri sogni, ma farete un danno anche alla società intera. Perché è già una lotta estenuante il continuare a credere nel cambiamento in questa nostra società e perché comunque, come diceva il grande Eduardo Galeano, l’utopia non è lì per essere raggiunta ma per indicarci la direzione verso cui camminare.

Vorrei concludere questo articolo salutando Roberto Mancini con una frase che la giornalista di Rainews24 Angela Caponnetto ha scritto oggi: “Roberto Mancini ha sporcato le sue mani e il suo sangue ma non ha mai sporcato la sua divisa.”