“Collaborazione giornalistica”. È questo il titolo di una offerta di lavoro, pubblicata sul sito di Ferpi, associazione di rappresentanza dei comunicatori italiani presieduta da Patrizia Rutigliano, capo delle relazioni istituzionali in Snam.

L’annuncio me l’ha fatto notare, scandalizzato, un mio collega, uno dei tanti precari sottopagati nel mondo dell’informazione. Sono andato dunque a leggerlo.

Mi metto nei panni di un ragazzo alla ricerca di una occasione di lavoro: il titolo suona bene e solletica un certo interesse che sia una vera e propria redazione giornalistica, e non una delle tante agenzie di reclutamento di nuovi “schiavi” presenti sulla piazza, a effettuare la ricerca. Per la quale vengono richieste varie ed articolate competenze.  Mi aspetterei quindi e come sovente accade per proposte di questo tipo, venga prospettato un compenso, seppur striminzito, sui pezzi prodotti. Nulla di tutto ciò.

“Trattandosi di start up, non è prevista retribuzione”, si legge nel penultimo capoverso dell’ “offerta”. Roba da far sobbalzare sulla sedia. Perché nella giungla di profittatori e sciacalli che costringono tanti bravi giornalisti o aspiranti tali ad accontentarsi di tre-cinque euro a pezzo pur di avere una chance di scrivere, non si era mai vista tanta sfrontatezza. A scrivere pubblicamente che il lavoro non verrà remunerato, bisogna in effetti avere una bella faccia tosta.

Ma gli autori della ricerca non si limitano a chiedere di lavorare gratis. Nella frase in cui menzionano la “possibilità di collaborazione a percentuale al raggiungimento degli obiettivi commerciali” fanno intravedere al collaboratore la possibilità di raggranellare qualche quattrino, partecipando agli introiti pubblicitari che lo sventurato dovesse realizzare in ragione dei pezzi scritti o della sua capacità di vendere gli spazi commerciali del sito. Una modalità di pagamento già vista, si dirà. E che peraltro anche redazioni ben più importanti hanno cominciato a utilizzare da tempo.

Tutto vero. Ma nel caso specifico siamo di fronte ad un esercizio combinato e micidiale di destrutturazione della professione giornalistica. Per un verso si annienta la dignità umana e di lavoratore. E per un altro si piega l’informazione alle più bieche logiche commerciali.

Ma gli estensori della ricerca, evidentemente non paghi, rincarano la dose della provocazione e scrivono in un passaggio successivo: “Per favore rispondete soltanto se siete interessati a sviluppare un rapporto di lavoro sinergico e se vi interessa realmente”. Come se sul piatto ci fosse l’occasione della vita e non invece quella che definire una proposta di lavoro sarebbe una bestemmia.

Merita debita considerazione il fatto che l’annuncio sia ospitato da Ferpi. Una associazione che si voglia definire credibile e che soprattutto abbia a cuore, e non solo per ragioni statutarie, la difesa della dignità e della credibilità di una categoria, non avrebbe mai dovuto consentire la pubblicazione di quell’oltraggioso annuncio.

A meno che in Ferpi, a partire dai suoi vertici, non si ritenga che i sempre più drammatici dati sulla disoccupazione giovanile legittimino ormai a chiedere di lavorare per la gloria. Che nel caso specifico appare per giunta assai vana.

Twitter: @albcrepaldi