Da adolescente ero una persona estrema: niente compromessi, niente mezze misure. Riflettevo sulla famiglia, sullo stare insieme e far crescere i bambini. Ero quasi certa: il matrimonio doveva essere un contratto a termine. Una cosa che, come lo yogurt, prima o poi scade. Quattro, cinque anni al massimo poi il contratto è automaticamente risolto. Se proprio si vuole continuare bisogna andare da un impiegato del comune e firmare per una proroga.

Basta soldi per il divorzio e soprattutto basta bambini tenuti nei miasmi dell’insofferenza o peggio dell’indifferenza di chi non si capisce più, non si stupisce più, non si ascolta più. I bambini che vengono usati come scusa per unioni ormai fruste e che invece, forse, si augurerebbero di stare lontani dal buio del cuore di quelli che non hanno più niente da dirsi. Finisce tutto a questo mondo, figuriamoci i fuochi fatui del cuore… L’alternativa c’è, pensavo. Ma tutt’altro che scontata. È il cammino impervio di chi vuole addentrarsi un percorso di crescita che mi appariva, nonostante la parola desueta, sostanzialmente spirituale.

Un sentiero di conoscenza di sé e dell’altro dove l’amore si fa atto del volere anziché solo del sentire. Un percorso di perfezionamento in cui l’altro non ci accompagna solamente, ma ci rispecchia, ci restituisce a noi stessi in un continuo divenire. Non che in questo caso la fatica, lo scoramento, il fallimento non esistano. Sono anzi forse delusioni più cocenti, ma restano comunque parte di un progetto, di un viaggio che apre sempre nuovi scorci, prospettive inaspettate. Anche in quel caso i bambini respirano la fatica del continuare insieme, ma come, forse, parte di tutto ció che vale davvero, che è prezioso, che resiste alla marcescenza, anche del cuore. Però tutto questo non è una tappa ovvia dell’esistenza di chiunque. È una scelta radicale, non molto più semplice che essere un bonzo tibetano o una monaca di clausura. Dicono che le aquile stiano insieme per tutta la vita. Forse è per questo che agli aquilotti insegnano fin da piccoli a volare alto.

Dal Fatto Quotidiano del 28 aprile 2014