Pensava di trovare lavoro ad Algeri. Per questo Cynthia è evasa dal campo profughi, dal figlio e dal compagno, abbandonati nel Ghana. Di professione assistente di farmacia si è adattata ai bar della zona e oltre la frontiera. Le avevano insinuato che in Algeria tutto era diverso. Avrebbe potuto realizzarsi e magari completare gli studi. Per sei mesi ha lavato le donne di Algeri in una Hammamas. L’acqua è calda e Cynthia dice che le signore vengono una o due volte la settimana per farsi lavare da lei. E’accettata perché la tengono come una schiava. Confessa che sulla strada a volte le sputano addosso. Nasconde la bibbia e la sua croce sotto un lungo velo scuro. Cerca di farsi il più possibile uguale alle altre donne della città. Ora Cynthia è stanca di mentire e ha scelto di tornare a fare la vita da rifugiata. In Costa d’Avorio non ha più nessuno che si ricordi di lei.

Non ci sono insegne o descrizioni dei lavori. Il centro segreto di accoglienza per i migranti è quasi terminato. Ad Agadez i migranti si fabbricano ogni giorno. Arrivano dalla costa atlantica o dall’Africa centrale. Il centro è finanziato dal governo italiano che si avvale della collaborazione dell’OIM. L’ufficio per le Migrazioni Internazionali esegue con scrupolo e riconoscenza le politiche dei paesi finanziatori. Tra questi brilla l’Italia che nel Niger ha vari progetti di cooperazione. Quelli in relazione coi migranti si sono confermati coi vari governi. Accordi di formazione della polizia di frontiera, veicoli, armi e sistemi di controllo dei migranti. Non cambia la logica sottesa al sistema. La finta repressione, la criminalizzazione, le deportazioni e infine la detenzione. Ci si auspica che l’edificio per migranti non sia la riproduzione dei sinistri Centri di Identificazione e Espulsione.

Il corteo del primo maggio di Niamey ha ricordato quello dell’anno precedente. Lo stesso dell’anno di prima che l’ha preceduto e che ci si limita a riprodurre. Rituali funzionali alla sopravvivenza e al finanziamento dei sindacati. Le decine di sigle si confondono tra una tappa e l’altra come i colori delle camicie confezionate per l’occasione. Ordinati e composti come da copione. Mancava solo una parola. Quella che nella settima repubblica del Niger è stata inghiottita come nelle precedenti. La parola giustizia è diventata introvabile. Nel corteo non c’era se non come vuota rappresentanza dimenticata. Un paio di giorni fa gruppi di adolescenti la cercavano dietro i cartelloni pubblicitari di plastica. Per scovarla li hanno fatti a pezzi. Ora lungo il boulevard ci si vede molto meglio e anche la sicurezza degli incroci è migliorata. C’è più luce e magari la giustizia uscirà dalla clandestinità.

La popolazione del Niger ha superato i 17 milioni. Il numero dei deputati sarà aggiornato di 58 unità. L’Assemblea Nazionale passerà da 113 a 171 membri. La democrazia è un metodo per interpretare la politica. In 54 anni di esistenza il Niger ha conosciuto 7 repubbliche, 4 transizioni di cui 3 militari e 9 presidenti. E la democrazia, ostinata come le carestie, insiste e resiste. Solo la banalità del male e il tradimento dei poveri può minarne i fondamenti. O allora la confisca della verità. Hanno ragione i vescovi che nella recente lettera denunciano coloro che utilizzano il mandato dei cittadini come tempo propizio per vendette personali e per stravolgere i testi costituzionali. La televisione nazionale ha censurato la lettura della documento. Il primo ministro ha occultamente convocato il vescovo assicurando che nel paese tutto andava bene. Si augura di incontrarlo più spesso.

Oltre 300 migranti sono stati abbandonati nel deserto. Lui non li ha abbandonati e per questo almeno 9 sono stati trovati morti di sete. Scoperti tra la Libia e il Sudan per non rassegnarsi a morire truffati dal sistema. Scappano dalla guerra civile del Sudan, della dittatura Eritrea, dalla blanda repressione dell’Etiopia, dalla violenza del Pakistan e dalla miseria del Bangladesh. Altri tentano di arrivare alle montagne del Sinai egiziano. E come Mosè tentano di aggirare i muri e i reticolati dello stato israeliano. Migranti come testardi e ostinati profeti di futuro. Seminano passi e tracciano sentieri in fretta cancellati dal vento. Secondo le cifre delle autorità sudanesi almeno 600 eritrei al mese passano la frontiera del deserto. Solo i più attenti hanno notato che nel luogo di ritrovamento dei migranti sono spuntati nove fiori la notte scorsa.

Niamey, maggio 2014