“Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica”, era stato il roboante annuncio del premier a gennaio di quest’anno. Secondo Renzi l’abolizione del Senato, nella sua attuale configurazione, farebbe dunque risparmiare alle casse pubbliche un miliardo di euro.

Analizzando i dati del bilancio previsionale 2013 del secondo ramo del Parlamento, emerge però un quadro sostanzialmente diverso.

Innanzitutto perché il costo complessivo annuale del Senato è pari alla metà del miliardo a cui fa riferimento Matteo Renzi. Si tratta, per l’esattezza, di 505 milioni di euro. Cifra questa, risultato peraltro di una sorta di mini-spending review, che nell’arco dell’ultimo decennio ha fatto calare la spesa di quasi 90 milioni di euro.

Va poi considerato che, in termini reali, poco più di un terzo dei 505 milioni di euro – pari a circa 160 milioni di euro – , costituirebbe l’effettivo risparmio conseguibile con l’eliminazione del Senato elettivo.

Le voci di costo che sarebbero certamente cancellate per sempre sono ascrivibili alle indennità di funzione dei 315 senatori (80 milioni di euro), alle risorse destinate ai gruppi (21,3 milioni di euro). Nonché ad una serie di esborsi che, aggregati, ammontano a circa 55-60 euro milioni di euro. I cui principali capitoli di spesa, come emerge dalla lettura del bilancio, sono rappresentati da: servizi informatici (8,4 milioni di euro), logistica (5,4 milioni di euro), servizi di spedizione e trasporto (7,5 milioni di euro), comunicazione istituzionale (6,5 milioni di euro), cerimoniale (circa 2 milioni di euro) e produzione di studi e documenti (2,9 milioni di euro).

Un ulteriore elemento di costo non completamente eliminabile è quello relativo alla manutenzione delle sedi. La manutenzione ordinaria, che costa ogni anno ben 6,3 milioni di euro, potrebbe certo subire un lieve ridimensionamento legato al minore utilizzo degli immobili. Rimarrebbero comunque gli oneri derivanti dalla manutenzione straordinaria, nonché quelli per il riscaldamento e l’illuminazione, per un costo prudenziale pari a circa 10 milioni di euro.

L’abolizione del Senato permetterebbe invece di risparmiare i costi per l’organizzazione dei lavori delle varie commissioni – di inchiesta, di vigilanza, speciali e consultive – che pesano sul bilancio dell’ente per circa 1,1 milioni di euro.

Due terzi della spesa totale rimarrebbero però insopprimibili. Si tratta, ad esempio, degli 82 milioni di euro relativi alle pensioni erogate agli ex senatori. Una voce di costo, questa, peraltro destinata ad aumentare automaticamente di anno in anno, in quanto non assoggettabile ad alcuna forma di flessibilità. Si pensi infatti che dal 2012 al 2013 la spesa pensionistica ha subito un incremento di 4,8 milioni di euro, passando da 77,2 milioni ad appunto 82 milioni. Per i dipendenti la questione è ancora più rilevante: nel 2012 la voce era pari a 106,85 milioni e nel 2013 è cresciuta fino a 115,2 milioni.

A meno che non si pensi che magicamente i dipendenti del Senato scompaiano, c’è inoltre da considerare che i 130 milioni di spesa dei relativi emolumenti rimarranno a carico del bilancio dello Stato. Rispetto alle maestranze, va poi detto che il blocco del turnover ha ridotto, negli ultimi cinque anni, del 32 per cento il numero dei dipendenti, passato così da 1.243 agli attuali 840. Che nel 2015 raggiungeranno la soglia di 800 unità, con una riduzione complessiva della spesa che salirà così al 35 per cento, con un conseguente risparmio quantificabile in circa 6 milioni di euro all’anno.

Con la riforma del Senato voluta da Renzi verrebbero invece eliminati i 14 milioni di euro di costo per il personale delle segreterie particolari e per le consulenze.

A conti fatti, però, come detto, le reali economie ottenibili dalla riforma del Senato sarebbero ben inferiori a quelle ipotizzati dal premier. Che forse, prima o poi, ci spiegherà meglio da quali conti è partito per calcolare il famoso miliardo di risparmi.

Twitter: @albcrepaldi