Non sono io a definirla così. E’ Pietro Greco in un articolo sull’Unità che offre dati autorevoli. Tra il 2007 e il 2012 l’Università italiana ha subito un taglio lineare del 9,4% del personale dipendente, seconda solo alla scuola, che ha perso il 10,9% delle sue “risorse umane”. Per non parlare di quelle finanziarie. Abbiamo il 22% dei laureati nella popolazione tra i 30 e i 34 anni, siamo ultimi assoluti nell’Unione Europea, che ha programmato per il 2020 una media del 40% di laureati tra i giovani dell’Unione. Noi ne avremo il 27%, cioè contribuiremo sostanziosamente ad abbassare la media dell’Unione. So benissimo anch’io che nell’Università italiana ci sono professori degni di questo nome e studenti eccellenti; ma non sono le eccezioni a riscattare il panorama generale di devastazione.

Ci vogliono più soldi; ma non bastano se non ci sono nuove idee e una nuova moralità dell’istruzione superiore. Sì, moralità. Mi spiego. La situazione attuale è il frutto di almeno altri due fattori, oltre ai tagli: un coacervo di sconsiderate riforme e una sostanziale indifferenza del corpo docente accademico nei confronti della propria istituzione di appartenenza. Un sistema di istruzione non è buono in sé, lo è o non lo è in rapporto al progetto di società che per mezzo del sistema di istruzione si vuol realizzare: la scuola e l’università possono riprodurre il sistema sociale o innescarne il cambiamento. Ovviamente decidere tra queste opzioni è una scelta politica. La classe politica italiana da mezzo secolo non ha una politica scolastica degna di questo nome; e le riforme, tante, a cui l’università è stata sottoposta sono state concepite e attuate navigando a vista, per adeguarci a standard stranieri, per rispondere a presunte esigenze del mercato del lavoro, per fare nostri i sistemi dei Paesi di successo, alle volte semplicemente per appagare la vanità del ministro in carica o per favorire le università private e confessionali.

Nessuno dei ministri (centrodestra e centrosinistra) può a mio giudizio essere assolto dal peccato della mancanza di un progetto di scala nazionale e di proiezione nel futuro, di un oculato adeguamento al progetto dei mezzi e del personale, e infine di una saggia sperimentazione. L’università italiana alla metà del secolo scorso funzionava abbastanza bene: il suo grosso limite era nel carattere fortemente elitario e di fatto classista delle possibilità di accesso e di frequenza. La prima cosa da fare sarebbe stato moltiplicare le borse di studio, i collegi residenziali, in genere le opportunità per quei famosi “capaci e meritevoli” privi di mezzi di cui i Costituenti stessi avevano sentito il bisogno di prendersi cura. Naturalmente, si è fatto di tutto, fuorché questo.

Per far crescere il numero dei laureati si è imboccata la strada del progressivo abbassamento dei requisiti richiesti sia propedeutici (liberalizzazione degli accessi) che prestazionali (riduzione dei programmi, diminuzione degli obblighi di frequenza, abolizione degli esami propedeutici, addirittura limitazione d’autorità del numero di pagine dei testi di esame). Con l’ innovazione dei corsi di laurea triennali e biennali si è tentato di aderire alle richieste del mercato del lavoro, per altro in continuo mutamento. L’adeguamento ad esso, da realizzarsi nel primo triennio, si è risolto nell’apprendimento di pacchi di nozioni disorganiche e rapidamente obsolete che, nelle intenzioni, dovevano essere adattabili alle diverse esigenze professionali: la famosa offerta didattica. Data l’instabilità del mercato del lavoro meglio sarebbe stato formare cervelli per la ricerca e la sperimentazione, capaci di adeguarsi alle diverse condizioni di lavoro grazie al possesso sicuro del metodo. Questo obiettivo è stato rinviato alla seconda tappa (laurea biennale), quando non alla terza (dottorato di ricerca). Di fatto non funziona: la capacità e l’abitudine al pensiero analitico-sintetico, astraente e generalizzante, critico e autocritico, vanno apprese e praticate precocemente. Apprenderle dopo i venti anni è generalmente più faticoso e meno produttivo; e i risultati si vedono.

La responsabilità non è solo dei politici: è nostra, del corpo accademico italiano. Le poche voci che si levarono contro le sciagurate riforme sono state emarginate e tacitate. Gli altri hanno lasciato che poco a poco si producesse la devastazione attuale o vi hanno attivamente contribuito. Perché? Non solo per insipienza. Allo stesso modo della classe politica italiana, anche la maggioranza dei professori universitari ha considerato il proprio incarico una proprietà privata, da utilizzare a proprio uso e consumo quando non a proprio vantaggio e, magari, da trasmettere in eredità , come fosse parte di un patrimonio familiare. Ovviamente il familismo clientelare si è reciprocamente alimentato con il disinteresse per le sorti dell’istituzione; si sono accettati compromessi al ribasso senza fine, si è rinunciato ad ogni vera autonomia decisionale e ad ogni assunzione di responsabilità, il più delle volte solo per amore di pace, quando non esclusivamente “pro domo propria”. Ora, di fronte al disastro, si ricorre a rimedi (ad esempio i test di ingresso) non meno estemporanei e disfunzionali delle riforme.

Come dice Greco, ci siamo lavati le mani “del futuro, anche quello immediato, dei nostri figli….del futuro, anche quello immediato, del Paese”.