C’è un buco nelle leggi, una dimenticanza che permette ad alcuni impresentabili di arrivare al Parlamento europeo. Il caso è quello di un sindaco di un comune sciolto per infiltrazioni mafiose su cui incombe un processo per dichiararne l’incandidabilità. La sentenza ancora non c’è, ma qualunque sia l’esito il politico potrà fare la sua campagna. Lui è Fabrizio Bertot, ex sindaco di Rivarolo Canavese, eurodeputato subentrato a Gabriele Albertini la scorsa primavera e ora secondo nella lista di Forza Italia per il Nord Ovest dietro a Giovanni Toti. Tutto lecito, la legge glielo consente.

Tuttavia a opporsi a questa situazione è Davide Mattiello, deputato del Partito democratico, per anni impegnato nell’associazione Libera, componente della commissione giustizia e della commissione parlamentare antimafia e relatore della legge sul voto di scambio politico-mafioso. “È inaccettabile che Bertot si candidi alle Europee – spiega -. Oltre all’inopportunità politica e morale, c’è un problema specifico. A causa di una smagliatura nella normativa, lui rischia di passare incolume nel procedimento al Tribunale di Ivrea perché l’incandidabilità, successiva allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose, è prevista solo per le elezioni circoscrizionali, comunali, provinciali e regionali”. Per questa ragione Mattiello, durante l’audizione del ministro Andrea Orlando in commissione giustizia, ha chiesto al governo di colmare il buco legislativo: “Orlando ha dato molta attenzione alla questione e ne discuterà al più presto col ministro Alfano. La situazione è inopportuna. Rispettando la presunzione d’innocenza, tutto ciò è inaccettabile per quello che è successo”.

Mattiello fa riferimento all’indagine Minotauro, che ha reso pubblico un presunto episodio di voto di scambio a favore di Bertot, frutto di accordi tra Antonino Battaglia, ex segretario comunale di Rivarolo, l’imprenditore Giovanni Macrì e un gruppo di boss della ‘ndrangheta torinese come Giuseppe Catalano e Bruno Iaria. Era la primavera del 2009 e Bertot era candidato al parlamento di Bruxelles. Per questo episodio il Tribunale di Torino ha condannato Battaglia e Macrì per voto di scambio semplice. Bertot invece ne è sempre rimasto fuori, anche se nel processo è emerso che – pochi giorni dopo un incontro tra Bertot, gli intermediari e i boss – una ditta riconducibile al sindaco ha pagato alla ditta di Macrì 20mila euro, pari all’importo chiesto dai mafiosi per il supporto nella campagna elettorale.

Il Tribunale, al momento della sentenza, ha rinviato gli atti alla procura chiedendo approfondimenti su Bertot, “l’immediato, diretto e consapevole beneficiario dell’accordo illecito”, che “sentito come teste in dibattimento ha reso dichiarazioni non veritiere”. Nel ricorso in appello invece i pm hanno chiesto che venga considerata di nuovo l’accusa di voto di scambio politico-mafioso nei confronti di Battaglia e Macrì.

Mentre l’indagine “Minotauro” proseguiva, la Prefettura di Torino ha ottenuto dal governo il commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose. Come prevede il Testo unico degli enti pubblici, in questi casi il sindaco deve subire un processo affinché ne venga dichiarata l’incandidabilità per un turno elettorale, ma solo per le elezioni nazionali e non quelle europee. Su iniziativa del ministero dell’Interno il Tribunale di Ivrea ha dato il via al procedimento civile mercoledì scorso. All’udienza di fronte al presidente Carlo Maria Garbellotto e al procuratore capo Giuseppe Ferrando si è presentato Bertot, affermando che non si candida alle amministrative (si è ritirato dalla lista civica Riparolium, il cui candidato sindaco è un suo ex assessore), ma che resta in corsa per Bruxelles. “È irragionevole che la norma sull’incandidabilità non valga per le elezioni europee”, conclude Mattiello.