Abbronzato, scamiciato e soprattutto rilassato, Bill Clinton, l’ex uomo più potente del mondo, si confondeva tra i 400 ospiti al ‘matrimonione’ dell’anno. A convolare a nozze il milanese Stefano Bonfiglio e la bella ereditiera Carolina Gonzalez-Bunster. Location: Casa De Campo, il paradisiaco resort dei milionari sfaccendati nelle Repubblica Domenica con ben cinque campi da golf e ville pied dans l’eau che di fatto è un mare caraibico da urlo. Dove perfino Marcello Dell’Utri ha casa e avrebbe preso pure residenza e passaporto. Ma l’escamotage fiscale non è servito all’ex braccio destro di Berlusconi per evitargli le manette.

Lo sposo, 50 anni, divorziato, 4 figli, stratega della finanza a Londra che davanti alla crisi globale non fa un plissè. Lei 30 anni, al primo matrimonio. Decisamente fortunato lui. Ma sembrava piuttosto una riunione in salsa amarcord di ex alunni Georgetown University, prestigioso ateneo americano che fa concorrenza a Yale: una stretta di mano e una pacca sulla spalla a Mario Abate, l’avvocato del fashion business, e un coro di “From one hoya to another”, il saluto rituale degli ex studenti. Un evento e tre round di festeggiamenti: giovedì sera, cornice da libro nella giungla, a ogni ospite travestito da esploratore veniva regalato un cappello safari e binocolo. 

Secondo giorno: barbecue sulla spiaggia privata del villone del guru della moda Oscar de la Renta con distribuzione di ricchi premi e cotillons. Ogni ospite veniva omaggiato di un gadget assai utile: una borsa da mare con accessori da spiaggia e cappello Panama originale dell’Ecuador intrecciato a mano, per farli sentire un po’ Churchill, un po’ Clark Gable. Sembrava una processione, agghindati religiosamente in bianco, immacolati nel dress code anche los Clinton ( Bill, Hillary and Chelsea), tutti tranne la sposa in rosso fiammante. Salze e rumba sotto le stelle. E una pioggia di fuochi d’artificio che bucavano l’oscurità.

Terzo giorno: finalmente sposi a casa di lei. Gli uomini indossavano la camicia nuziale diffusa in Sudamerica, la guayabera, con le quattro tasche frontali. Non poteva mancare il gotha di ministri della Repubblica Domenicana, ma nella scala delle presenze che contano ha offuscato tutti il discendente diretto di Lord Nelson con il suo tir di cognomi, Peregrine Hood, Baron Bridport, duca di Bronté. Tiè.

La solitudine dei numeri due. A Bernardino Luini, discepolo e collega di Leonardo, al quale Palazzo Reale di Milano dedica una mostra. Il marchio di fabbrica è quello rinascimentale: cristi compianti, beate vergini e madonne con il bambino. Veramente splendide. Mentre Leonardo era dedito alla sola committenza delle élite del potere ( che lo faceva sentire uno di loro) Luini era richiesto per lo più dai preti per affrescare chiese e cappelle lombarde. Il primo, matematico, inventore, anatomista, architetto, cartografo e scrittore é destinato a fama globale. Al secondo più local rimane la “consolazione” di essere un grande artista del Cinquecento lombardo. Per gli eruditi d’elite da non perdere “Bernardino Luino e i suoi figli” fino al 13 luglio (www.mostraluini.it).
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