Nel nostro paese ognuno interpreta la democrazia come gli fa più comodo. Il pregiudicato Berlusconi può andare ospite a Porta a porta, ma non gli si possono fare domande sulle condanne, mentre lui può denigrare i magistrati. Sempre l’ex Cavaliere può stare un’ora e mezza in onda alla domenica pomeriggio su Canale 5 mentre Renzi da Amici no, anche se è noto che da quando è premier, seguendo le orme di B., preferisce alle domande di Santoro-Travaglio quelle della De Filippi.

Il presidente della Repubblica, il garante della Costituzione, il 25 aprile, il giorno in cui si celebra la Resistenza, da cui nascono le fondamenta della Carta costituzionale dove sta scritto che “l’Italia ripudia la guerra”, fa una sorta di “apologia del militarismo” e non spende una parola sulla “resistenza” dei magistrati contro le mafie.

Il Corriere della Sera, nelle pagine nazionali, non scrive una riga sul 25 aprile in compenso pubblica una pagina intera dal titolo “…e questo è il fiore del partigiano…” (citazione da Bella Ciao), dedicata al comandante Libero (nome di battaglia di Riccardo Fedel il primo comandante della Brigata Garibaldi), un avviso pagato dai nipoti, dove sta scritto: “Ucciso per mano dei partigiani”.  L’importante è fare cassa anche se quel “fiore” odora di revisionismo, nonostante la scritta: “Viva i partigiani, viva la Resistenza”.

Alla sera il tg de La7 dedica un servizio alla pagina del Corriere, con tanto di intervista ai nipoti del defunto e al presidente dell’Anpi Smuraglia, all’insegna della par condicio, di grande superficialità giornalistica, senza un minimo di riferimento ai documenti che esistono all’Istituto Storico della Resistenza di Forlì. Uno redatto dal Comando della Milizia fascista per il ministero dell’Interno (27 novembre 1927) dove risulta che Fedel è un confidente che nel ’25 denunciò un complotto comunista in quel di Ravenna; un altro su carta del Tribunale delle formazioni partigiane che lo processò e condannò a morte il 22 aprile del ’44 con otto imputazioni, tra queste: disubbidienza agli ordini di attaccare i nazifascisti; aver mantenuto contatti con la Milizia fascista di Santa Sofia, Bologna e il Comando tedesco di Castrocaro; essersi appropriato di un milione di lire lanciato dagli alleati e di aver cercato di far fucilare alcuni partigiani per vendetta. Da anni i famigliari di Fedel cercano di capire dov’è stato sepolto il loro congiunto: è loro diritto saperlo, e dovere di chi sa, dirlo. Per ogni morto bisogna provare pietà ma la storia di quella morte non deve mai essere dimenticata.

Il Fatto Quotidiano, 30 Aprile 2014