La missiva c’è, ma non la lettera d’intenti attesa da oltre un mese a Roma per avviare la trattativa esclusiva fra Alitalia e Etihad e archiviare così il salvataggio della compagnia italiana. E’ solo un foglio in cui si induriscono condizioni poste dal vettore mediorientale per investire circa 500 milioni per il 40% di Alitalia. La compagnia guidata da James Hogan chiede innanzitutto che le perdite generate dal piano dell’ad Gabriele Del Torchio (si stima 300 milioni nel 2013) ricadano esclusivamente sugli attuali soci, cioè “i patrioti”, le Poste Italiane e il gruppo Percassi. In più domanda il taglio di 500 milioni di debiti (in precedenza si parlava di 400 milioni) su un totale di 1 miliardo attraverso la conversione in azioni dei crediti vantati dalle banche-azioniste. Intesa e Unicredit in primis. In alternativa chiede agli istituti di credito di investire altri 300 milioni. Il vettore mediorientale pretende poi la garanzia contro le responsabilità e le pendenze legali relative ai primi cinque anni di Alitalia-Cai (dal contenzioso con WindJet a eventuali multe del fisco per gli aerei ex Air One o noleggiati della Ap Fleet di Carlo Toto e immatricolati nel paradiso fiscale irlandese), oltre ai 3mila esuberi che il ministro Lupi aveva vigorosamente smentito nei giorni scorsi.

Tanto che all’indomani dell’arrivo della missiva ha iniziato a fare marcia indietro. “Noi siamo informati sul piano concordato dall’amministratore delegato Del Torchio e le organizzazioni sindacali”, ha detto Lupi, rispondendo a un’interrogazione parlamentare sugli sviluppi della trattativa e sulle condizioni che la compagnia del Golfo porrebbe, a cominciare dalla richiesta di esuberi di personale. E così, avvicinandosi l’ora della verità, Lupi ha sottolineato che il governo è informato non delle richieste di Etihad, bensì del piano presentato dall’ad della compagnia, che prevede interventi sul costo del lavoro per 128 milioni di euro e 1900 esuberi gestiti con contratti di solidarietà e cassa integrazione a rotazione.

Tornando a Hogan, il manager australiano vuole anche un impegno concreto da parte del governo di Matteo Renzi sull’alta velocità ferroviaria per Fiumicino e sulla liberalizzazione dello scalo di Linate.  Lupi a tal proposito ha fatto osservare che questo intervento “è imposto dal buon senso” e una politica infrastrutturale non può prescinderne. “Purtroppo però – ha sottolineato il ministro – e il nuovo piano nazionale degli aeroporti prevede l’impegno a realizzarli”.

L’arrivo della lettera, che scongiura l’ipotesi drammatica della fine delle trattative, nella serata di martedì era stato comunque sufficiente a metter di buon umore il ministro dei Trasporti che aveva immediatamente evidenziato come l’alleanza con Etihad sia “la migliore risposta al presidente Berlusconi, che non so se si è dimenticato di essere un imprenditore quando oggi ha proposto di licenziare 9mila persone in Alitalia”. Ipotesi che Lupi ha definito “impensabile”. Certo, comunque vadano le cose, la compagnia chiederà nuovi sacrifici ai dipendenti: nell’ultimo incontro con i sindacati, aggiornati a venerdì 2 maggio, l’ad Del Torchio ha già comunicato che, indipendentemente dalle trattative con Etihad, sarà necessario realizzare un centinaio di milioni di risparmi in più rispetto ai 300 attesi per l’anno in corso. 

Nonostante l’apertura del potenziale partner, la trattativa resta quindi in salita. E al momento, oltre al nodo sindacale e premessa la disponibilità delle banche a valutare la riduzione del debito (un nuovo incontro è in calendario per venerdì 2), i punti più spinosi sono sostanzialmente due. Il primo è relativo ai contenziosi sulla ex gestione Cai, che secondo Il Sole24Ore, potrebbero far parte dell’ennesima bad company separata da una nuova e più snella Alitalia in cui arriverà la nuova liquidità di Etihad. Un modello che ricalcherebbe quello seguito nel 2008 dall’allora premier Silvio Berlusconi e costato agli italiani circa 5 miliardi di euro. Il secondo punto è la questione degli scali milanesi con Malpensa che occupa circa 12mila persone.

D’altro canto, come ha spiegato Lupi, che ha in tasca il decreto per aumentare il traffico a Linate per l’Expo 2015, è arrivato il momento in cui ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. “Se dopo 5 anni (dal salvataggio della cordata dei patrioti, ndr) siamo qui a dover discutere e affrontare il rilancio della nostra compagnia di bandiera – ha sottolineato il ministro – forse non tutto è andato bene nel passato. Magari se la smettiamo di dire che tutto va bene e ognuno inizia a prendersi le proprie responsabilità il Paese finalmente inizierà a cambiare nel centrodestra come nel centrosinistra”. Responsabilità per il secondo salvataggio Alitalia con cui dovrà fare i conti, politicamente parlando, sia lo stesso Lupi che insieme all’ex premier Enrico Letta, ha sostenuto l’ingresso dell’azienda pubblica Poste Italiane nel capitale di Alitalia a fine dicembre, sia lo stesso Renzi quando, in caso di esito positivo della trattativa con Etihad, si delineeranno i costi reali della seconda operazione di salvataggio Alitalia per le casse dello Stato.