C’è questo calciatore, Dani Alves, a cui tirano una banana in campo. Lui si china, la raccoglie e se la mangia. Il gesto è potente e si impone, la risposta popolare è compatta: tutti dalla parte di Dani Alves, tutti contro il razzismo da stadio. Fin qui niente da eccepire.

Più o meno negli stessi giorni Berlusconi scaglia l’ennesima sozzura sui lager nazisti. Obiezioni istituzionali, qualche protesta internazionale, ma un risultato nei sondaggi che ormai non stupisce più nessuno, qualche giornale azzarda addirittura la cifra del +4%. Non è una novità che in campagna elettorale sparate a sfondo razzista paghino. Lo sproposito di Grillo che riscrive Primo Levi ha dato il via all’attuale rimonta del Movimento 5 Stelle. Prima ancora l’ossessione leghista per Cécile Kyenge era un tentativo di puntellare il voto popolare facendo leva sul razzismo ancestrale di una vasta sacca di elettorato. Fuori dai confini italiani la recente affermazione del Front National di Marine Le Pen in Francia è stata tutta costruita su una politica apertamente razzista e antisemita.

In Italia come in Europa, nei casi in cui gesti platealmente razzisti arrivino dalla politica, il muro di indignazione non è unanime e solido come quando gli stessi gesti provengono da un emerito sconosciuto che in sé rappresenta la più vituperata categoria sociale: il tifoso da stadio. È come se ci fossero due diverse percezioni del problema del razzismo, o meglio, è come se una parte visceralmente razzista della popolazione si riscopra antirazzista solo nel caso in cui a gettare la banana sia uno sconosciuto abbonato del Villareal. O peggio ancora, è come se si ammettesse l’esistenza di un razzismo buono e uno cattivo. Quello buono è il razzismo su cui si può soprassedere, perché i suoi obiettivi non sono immediatamente discriminatori, ma più allusivi, un razzismo su cui fa leva la politica pulsionale, la psicologia della comunicazione e le scienze del marketing. Quello cattivo è un razzismo più simbolico, buono per farci i meme sui social network, ottimo da additare se ci si vuol sedere dalla parte del giusto senza versare una sola goccia di sudore.

In realtà il gesto dell’abbonato del Villareal è solo più scoperto delle battute razziste dei politici, non ha fini che non siano quelli di dare una forma visibile al proprio odio triviale, laddove invece le sparate di un Berlusconi, di un Grillo, di un Salvini o di una Le Pen fanno leva sul sentimento razzista di una parte degli elettori per procacciarsi voti e quindi conseguire potere. Combattere il razzismo in uno stadio, ossia in un luogo in cui per definizione si dà scarico alle pulsioni, equivale ad affrontare il problema nella sua manifestazione terminale e non alla radice. Inoltre stare dalla parte di un campione del Barcellona è molto più facile che schierarsi dalla parte dei derelitti che sbarcano ogni giorno sulle coste di Lampedusa. Il punto è sempre lo stesso, il potere e chi lo rappresenta. E la questione del razzismo non è mai disgiunta dal potere. Un’oziosa disputa sul mezzo e sul fine, forse. Ma la verità è che il razzismo è uno solo e andrebbe combattuto in ogni sua forma, tanto alla radice quanto nelle sue propaggini più esteriori, mentre a essere molteplici sono solo le sembianze dell’ipocrisia.